sabato 31 ottobre 2020

RACCONTO DI HALLOWEEN

 LA PORTA di ALESSANDRA LEONARDI




Carissimi lettori,

per Halloween vi dono questo racconto, riveduto e corretto, uscito qualche anno fa in un'antologia horror. 

Buona lettura!

                                                                        

                                                 La Porta


Sapevo che il derby proprio il 31 ottobre sarebbe stato un casino, sin da quando a fine luglio è uscito il calendario del campionato. Un vero casino. E non solo perché Sonia mi avrebbe scassato le palle con qualche stupida festa in maschera, mentre io avevo l’abbonamento in Curva Sud, no: era per quel ‘problemino’ lì. Ma non potevo mancare al derby. “Andrà come deve andare. Magari scopro che il problema è solo nella mia testa” penso. “Allora, abbonamento preso, documenti presi, sciarpa presa, bombe carta oggi meglio di no… devo passare dal pusher. Saluto i miei, inforco il motorino smarmittato e parto alla volta dello stadio Olimpico.

 

Il rettangolo di gioco è lontano ma allo stesso tempo vicino, sembra quasi possibile fare un solo passo ed essere lì a giocare, con la folla osannante e il conto in banca pieno. Non fa freddo per essere fine ottobre. Il Sorcio è arrivato e già snocciola dati e statistiche sui derby giocati il giorno di Halloween nel corso della storia, poi tira fuori i foglietti delle scommesse effettuate.

«Questa è un rischio, ma se mi vince il Leicester prendo mille euri! Ma che c’hai stasera, Luca, ti vedo perso… che ti sei calato?»

«Soliti cannoni, dose multipla. Non c’era però Ahmed, mi sa che se lo so’ bevuto! C’era un altro. Oggi devo stare calmo, molto calmo». Sorcio mi guarda storto, poi continua a mostrarmi le ricevute delle sue giocate.

Attendiamo il fischio d’inizio. Sento bussare sulla spalla. “Sarà il solito vecchio che vuole la solita sigaretta” penso. Mi giro torvo, ma non trovo il tizio che in genere siede dietro di me. Sotto al cappello, un volto marrone scuro, le orbite nere e prive di bulbi oculari e pezzi di materia grigia che fuoriescono dalle orecchie. Le labbra non le ha, e i denti gialli spiccano su quella faccia orrida.

Mi rigiro di scatto e rattrappisco nel giaccone.

«Ma che hai visto un fantasma? Hai una faccia…» mi fa il Sorcio.

«Sì, tipo» mormoro. Non so se è colpa dell’hashish del nuovo pusher o del ‘problemino’.

La partita inizia, solita caciara, tutti in piedi a cantare e strillare. Tra il pubblico noto qui e là occhi vacui che mi osservano, facce staccate a metà col cervello colante, esseri ricoperti da vermi, tutti rivolti verso di me. Ma nessun altro sembra farci caso, li vedo solo io. Cerco di guardare il campo, solo il rettangolo di gioco.

Alla fine del primo tempo, il telefono squilla.

«Amo’, come va la partita? Vinciamo? Perfetto! Sono già alla festa, ti aspetto! Esci prima, daaai! Ti mando l’indirizzo su Whatsapp. A dopo, sbrigati!»

Sì, mi sbrigo. Forse è meglio che me ne vada prima, in effetti” penso.

A un quarto d’ora dall’inizio del secondo tempo mi alzo e inforco le scale.

«Ma dove vai?» mi chiede il Sorcio.

«Tanto vinciamo quattro a zero, vado alla festa, così non trovo traffico. Ciao!»

Mentre salgo la scalinata di corsa, sento qualcosa di gelido che mi blocca una caviglia, rischiando di farmi cadere. Guardo in basso: una mano scheletrica si avvinghia sopra il mio piede destro, provocandomi brividi fin dentro le ossa. Col fiato grosso, mi volto piano e vedo uno di quegli esseri che mi fissa, apre la bocca sdentata e marcia come per parlarmi, ma non ne esce che fetido fumo. Scuoto la gamba per liberarmi e corro ancora più veloce verso il parcheggio dei motorini. Un paio di guardie mi notano, e credendo chissà cosa, mi rincorrono.

Non ci voleva, cazzo!” Se mi fermo a slegare lo scooter quelli mi raggiungono e mi fanno perdere un sacco di tempo. Allora corro verso i cespugli all’inizio di via dei Gladiatori; là sotto, ben nascosti, qualche mazza ferrata o tirapugni ci sta sempre: l’unico modo sono due mazzate in testa, mica per far loro male, solo per tramortirli e permettermi di fuggire.

Scavo più in fretta che posso: sembra non esserci nulla. Prima del derby hanno bonificato ben bene l’area, i maledetti sbirri. Ormai ce li ho addosso: mi afferrano per un braccio e sento di nuovo odore di cimitero e freddo da oltretomba. Uno di loro ha il berretto che tenta di celare la testa sfondata, l’altro ha all’altezza dello stomaco uno sbrego dal quale fuoriescono interiora nere e pullulanti di vermi. E cercano di parlarmi anche loro, come il tizio allo stadio. Con la mano ancora libera, finalmente riesco a trovare un bastone scampato al repulisti della polizia, lo estraggo dal terreno e inizio a menar fendenti, senza trattenermi, ma è come picchiare l’aria: i due non vengono scalfiti. In compenso iniziano a svanire, io mi divincolo e scappo. Sento il cuore in gola. Lo sapevo che non dovevo uscire di casa oggi!

Inforco il motorino e smanetto a tutto gas verso l’indirizzo della dannata festa di Halloween, sulla via Cassia.

La nebbiolina livida calata su Roma Nord non promette niente di buono. Una vocina nella mia testa mi dice “Luchino, torna a casa!”, ma io niente, sgaso il motorino al massimo e cerco di non fare caso a quell’essere spappolato che si rotola sul ciglio della strada, o a quell’auto in cui seduto dietro c’è un bambino dal colorito bianco-grigiastro e gli occhi cerchiati di viola, e la bocca spalancata e nera.

 

Mi sa che mia nonna aveva ragione.

 

Suono alla porta, e mi apre una tipa vestita da Morticia Addams: che fantasia! Sonia mi corre incontro, con due shottini in mano:

«Amooooo’! Finalmente! Tieni, bevi!» mi porge il bicchierino e mi bacia: vestita da streghetta in effetti è sexy. Ma stasera non è cosa.

Intorno a me si aggirano maschere di tutti i tipi: dalle più banali o fuori tema, tipo i soliti Batman, Lord Fener, Scream, Freddy Krueger, fantasmi e diavoli vari, e qualcosa di più figo, tipo il gruppo di The Walking Dead, o il tizio vestito da Cappellaio Matto depresso, quello del sequel cinematografico.

La padrona di casa dev’essere un’amante del Giappone, poiché l’appartamento è pieno di stampe nipponiche e su un mobile troneggia una vera katana.

La casa ha un giardino, e con Sonia appesa al mio braccio mi dirigo lì, noncurante delle sue lamentele. Mi butto su un divanetto in un angolo e le dico di andare a fare quello che stava facendo prima, che devo riposarmi un attimo.

«Amo’, ma che ti sei preso? Sei strano una cifra» squittisce, ma obbedisce.

Cerco di concentrarmi, di estraniarmi dal casino festaiolo. La musica è lontana, e gli schiamazzi pure. Poco lontano ci sono due ragazzi vestiti da vampiri che si baciano, appassionati e noncuranti.

 

Avevo cinque anni quando i miei mi portarono in giro per il quartiere vestito da fantasmino, il giorno di Halloween. Non ho ricordi nitidi, solo flash in cui vedo mostri di ogni genere: ho tanta paura, urlo e piango. Gli anni successivi, il 31 ottobre sono sempre stato da nonna Ada, che si chiudeva in camera con me, al buio, e mi cantava ninne-nanne finché non mi addormentavo. Verso i dodici anni, ho notato che spargeva sale intorno alla stanzetta e poi irrorava l’ambiente con acqua santa, e le chiesi il perché.

«Perché tu sei come me, tesoro mio: sei una Porta. La notte di Ognissanti è uno di quelli in cui le distanze tra il mondo dei vivi e quello dei morti sono più labili, ed essi ti vedono, come se fossi un faro. Vogliono parlarti, ma soprattutto vogliono passare attraverso di te per tornare tra i vivi. E tu non devi permetterglielo» spiegò.

Non le chiesi neppure il motivo, da quanto ero terrorizzato. Mamma e papà non credevano a nulla di tutto ciò: per loro era solo una vecchietta strampalata, ma la lasciavano fare.

Dopo quattro anni la nonna morì. Quell’Halloween lo passai nella mia stanza solo e strafatto, quello successivo in ospedale in coma etilico; e poi quest’anno, in cui ho pensato che avevano ragione i miei, erano tutte fantasie da vecchia folle, e sono uscito lo stesso. Non potevo perdere il derby, cazzo. Sempre un po’ fatto, ma ‘sti bomboni del nuovo pusher non valgono una ceppa. Oppure sì, e tutto ciò che sto vedendo è colpa della roba. Sono confuso.

Riapro gli occhi.

Il giardino è infestato di morti. Sono vicini, ormai mi circondano. Iniziano a sfiorarmi, passano attraverso di me lasciandomi gelo e nausea.

Tutti iniziano a vederli e si complimentano per i costumi.

Io sono immobile, semisdraiato sul divanetto, quando vedo una figura familiare davanti a me.

«Nonna».

«Tesoro mio».

«Perché ti sento?»

«Perché vuoi sentirmi».

«Cosa vogliono tutti questi morti ritornati?»

«Te lo avevo spiegato, Luchino. Portare con loro i vivi. Trascinarli nelle tenebre. Tu devi impedirlo».

«E come?»

Domanda inutile: nonna Ada se n’é andata così come era venuta, dal nulla all’improvviso.

Intorno a me iniziano a succedere cose strane: gente accasciata al suolo, gente che scappa, urla, qualcuno ride, i vampiri gay ci danno dentro incuranti di tutto. Mi alzo, vado nel salone e prendo la katana. La sfodero come se fossi un personaggio dei cartoni animati, tipo Goemon di Lupin III insomma.

Inizio col decapitare un non-morto-ritornato alla mia destra: stavolta posso colpirli.

Si sono materializzati dopo essere passati dentro di me, i bastardi.

Qualcuno mi attacca da dietro, ma non sento nemmeno più dolore: mi giro e ne trafiggo un altro. Sento Sonia in lontananza che urla “Amooooo’ ma che faiiii?”. Le ordino di chiudersi nel cesso con le amiche sue. E continuo a sterminarle i vivi-morti: fanno rumore come quando sfondi una zucca. Qualcuno sanguina e urla, strano! Ah, sono un po’ confuso e becco anche qualche vivo-vivo.

Scivolo sul sangue e sulle interiora di qualcuno che ho sbudellato, mi rialzo e continuo la mattanza: mi sembra di aver combattuto per ore, invece è durato tutto pochi minuti.

Quando non c’è più nessuno, mi accascio al suolo anche io.

 

Sono al gabbio da un anno e ancora il processo non è finito. Sono quello che sui giornali, le tv e internet viene descritto come “il diciottenne drogato e ubriaco che ha fatto strage di coetanei la notte di Halloween”.

L’avvocato d’ufficio mi ha fatto fare la perizia psichiatrica, che afferma che sono uno “schizofrenico paranoide”, come mia nonna, dicono. Sonia non mi ha mollato, perché stando con me è diventata super-popolare e dice che su Instagram guadagna un botto. I miei mi vengono a trovare al carcere di Rebibbia tutte le volte che possono e sono fiduciosi che mi faranno fare solo qualche anno di cure psichiatriche, poi tornerò libero.

Solo che domani è di nuovo Halloween, e io sono in galera, senza niente per stordirmi e né armi per difendere i vivi.

 

 Alessandra Leonardi 

Buon Halloween!



Ph Free CC0 di Enrique Meseguer e Alexa Photos by Pixabay

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