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venerdì 1 dicembre 2023

SEGNALAZIONE: LE CINQUE GIORNATE DI ENZO MILANO

 “LE CINQUE GIORNATE”

Le cinque giornate di Milano in chiave steampunk.

La Storia non sarà mai più come prima.




Cari steampunk,

oggi parliamo di Le cinque giornate di Enzo Milano, edito da Edikit.


Nel dicembre del 1847 a Milano, l’Alleanza Tricolore di Carlo Cattaneo porta a termine la prima cruciale missione di spionaggio, scoprendo che l’Impero austriaco del feldmaresciallo Radetzky sta sviluppando delle avveniristiche armi elettriche, e temibili mezzi da guerra a vapore. Nei mesi a seguire, mentre l’astio tra i cittadini e i loro oppressivi reggenti cresce, scatenando focolai di violenza in tutta la città, l’Alleanza continua le sue operazioni segrete. Ombre oscure si allungano sulla città, fino al 18 marzo 1848, quando tutto precipiterà nella guerra civile, rimasta alla storia come le Cinque Giornate di Milano.


 

Enzo Milano nasce a Milano nel 1979 e scrive da più di vent’anni. 


Ha al suo attivo numerosi racconti e romanzi di narrativa di genere ed è stato pubblicato da case editrici quali Armando Curcio Editore, Historica Edizioni, Edizioni Imperium ed Edizioni Horti di Giano.

Nel 2012 ha vinto il Premio di Letteratura Fantascientifica "Kataris", ed è stato segnalato in diversi altri concorsi letterari quali "Una Penna per Poe", "Popoli Fantastici" e "Giallo Pavese”.

Le Cinque Giornate è il secondo romanzo pubblicato con EdiKit.




Recap


  • Titolo: Le cinque giornate
  • Autore: Enzo Milano
  • Genere: Steampunk, ucronia
  • Editore: Edikit
  • Data di uscita: 16 ottobre 2023
  • N. di pagine: 270
  • Prezzo: € 16
  • Link: Ibs



martedì 12 luglio 2022

RECENSIONE NUOVA USCITA: GLI OCCHI DI ARTEMISIA DI ELENA MANDOLINI

 Un racconto fantasy steampunk in ebook 





Cari lettori,

esce oggi Gli occhi di Artemisia, racconto steampunk di Elena Mandolini edito da Delos Digital nella collana Fantasy Tales a cura di Monica Serra.


Condannata all'abisso per salvare i dannati.

 

Artemisia, bambina dagli occhi color ghiaccio, è dotata di poteri medianici. Il padre Joseph cerca da sempre di proteggerla, ma pur di sottoporla a delle costose terapie per curarne la salute cagionevole, accetta la carità di Richard Broke, medico e baronetto londinese. Uomo tanto geniale quanto privo di scrupoli, Broke gli chiede di sfruttare le doti di Artemisia per tornaconto personale, in cambio dei propri servigi in ambito medico. Dilaniato da tale decisione che gli consente di regalare una vita agiata alla figlia, Joseph cercherà nel corso del tempo una via di fuga, mentre la prigione d'oro in cui vivono comincia a soffocare l'affetto che lo unisce ad Artemisia. Tra fantasy gotico, horror e steampunk, Gli occhi di Artemisia si incentra su uno dei sentimenti più potenti: l'amore di un genitore per il proprio figlio.




Il racconto, che ho avuto il piacere di leggere in anteprima, è un vero gioiellino del genere. Come avete potuto leggere nella sinossi, si tratta un racconto molto intenso, basato su una fanciulla dai poteri straordinari quanto strazianti, sfruttata da persone senza scrupoli, e sul rapporto padre-figlia.

Senza spoilerare troppo, la piccola, in sedia a rotelle versione steampunk, quindi più tecnologica rispetto all’epoca vittoriana in cui è ambientato il racconto, sconfigge i demoni che si impadroniscono delle persone, ma a caro prezzo per lei, travolta dalle sofferenze e col padre inerme, anche se col cuore spezzato.

La scrittura di Elena, di cui ho avuto modo di leggere tre romanzi, tutti recensiti (Il signore deiracconti, Biancaneve zombie e L’ultima cura), è molto cinematografica e molto immersiva; le descrizioni, puntuali e impreziosite da pochi ma fondamentali dettagli, permettono di osservare la scena proprio come se fosse un film, e la stessa cura è utilizzata per trasmettere le sensazioni dei personaggi.

Artemisia e il padre sono personaggi vivi, emozionanti, dal passato triste ma in cui emerge voglia di riscatto, di vita di fronte a tanta morte, tanti incubi e tanto dolore. Anche i villains della storia sono ben delineati.

Il racconto è molto coinvolgente e appassionante; l’edizione è molto curata. Consigliatissimo, anche per chi non ama particolarmente lo steampunk, molto leggero in questa storia, così come le venature horror.

L'AUTRICE

 

Elena Mandolini, nata a Roma, si è laureata al DAMS di Roma Tre e ha conseguito due Master, il primo in Scrittura per Cinema e Tv e il secondo in Critica Giornalistica. 


Il suo romanzo d'esordio, Il Signore dei Racconti (Dae Edizioni) si classifica secondo al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Percorsi letterari Shelley e Byron e ottiene una menzione d'onore agli Holmes Awards 2016; il secondo romanzo, Biancaneve Zombie (Dae Edizioni), vince il Trofeo Cittadella 2017. Diversi suoi racconti horror (Ogni dannata volta, All'ombra della candela, Servi Crucis, La maschera di cartapesta e Natale a Valiant) ottengono vari riconoscimenti letterari. Dopo Bella&Bestia  Una favola steampunk (Dae Edizioni), approda in DZ Edizioni col romanzo thriller/horror L'Ultima Cura. Ha pubblicato diversi racconti con DZ Edizioni e con NPS Edizioni, sempre di genere horror e dark fantasy. Attualmente sta lavorando al nuovo romanzo horror e, dietro l'angolo, l'aspetta un post-apocalittico.


Recap


  • Titolo: Gli occhi di Artemisia
  • Autrice: Elena Mandolini
  • Genere: steampunk, fantasy, horror
  • Data di uscita: 12 luglio 2022
  • Editore: Delos Digital srl
  • Collana: Fantasy Tales n. 82
  • Pagine (stimate): 37
  • Formati: epub, kindle
  • Prezzo: Euro 1,99
  • Link: Delos Digital
  •         Amazon 

lunedì 11 ottobre 2021

RECENSIONE: OROBORO DI DAVIDE TARO'

 

Un romanzo ucronico- steampunk ambientato nella Torino ottocentesca

 


 

Cari fanta-lettori,

Oroboro di Davide Tarò, edito da Chance edizioni, è un romanzo che possiamo inquadrare nei generi ucronico e steampunk, tipologia viaggi nel tempo.

Già dalla sinossi si comprende che è una storia dalla trama e dallo stile particolari:

 Andare indietro nel tempo è andare contro natura, una natura predefinita dalla nascita. Andare indietro nel tempo è violentare pubblicamente la propria madre sotto una luna che illumina e tramuta le città e i paesi in ossa e fantasmi. Violentare e mutare la parte più intima di sé. Il professor Cornelio Paleocapa, in una Torino ottocentesca positivista e preda della assoluta fede in un progresso scientifico sconfinato dell'essere umano, crea una missione per stanare alcune creature (da lui battezzate 'Arrampicatori') che plasmano il tempo negli interstizi bui e dimenticati della Storia. Così manda indietro nel tempo una squadra che appartiene al suo progetto segreto e maledetto: il Progetto OroborO. Il suo figliastro Nataniele Paleocapa è parte integrante di questo folle piano. Lo è. Lo sarà. Lo è sempre stato.

 

Il fulcro è il concetto di tempo che si avvolge su sé stesso, come si evince dal titolo stesso (oroboro, parola palindroma, è il serpente che si morde la coda in un ciclo continuo), ma limitarsi a questo sarebbe riduttivo: l’autore ha inserito nella storia i suoi pensieri filosofici ed esistenzialisti riguardo la creazione, la vita, il ciclo di nascita e morte, condensandoli nell’avventura che ci narra. Molto importante è l’ambientazione. Davide Tarò sceglie una Torino ottocentesca, periodo dove il Positivismo, la fede nella scienza, erano al suo massimo fulgore, ma questa scienza infallibile (che poi così infallibile non è) sembra essere troppo per l’uomo, andare oltre la comprensione umana: un monito a non andare oltre i limiti della natura. Di questa storia ho apprezzato proprio l’amalgama creato dall’autore tra ambientazione (chi mi segue sa che amo le ambientazioni italiane nei romanzi fantastici), avventura/azione e tematiche filosofico-esistenziali.

I personaggi agiscono, ma sembrano tutti intrappolati in uno schema dal quale non riescono a fuggire, un destino preordinato che, in un vortice temporale, li sballotta dentro e fuori, qualunque cosa loro decidano di fare. Protagonista di fondo, una pioggia onnipresente che rende la vicenda ancora più cupa e faticosa.

Alla fine, l’autore nella postfazione ci spiega il suo rapporto con la scrittura e quindi con la creazione di nuovi mondi, dal mondo delle idee al foglio di carta.

Appena iniziato il libro, mi è subito venuto in mente Terminator, col protagonista che si trova nella scena iniziale in un tempo diverso dal suo a compiere una missione; un altro film che mi è venuto in mente è Predestination, film poco noto (avrebbe meritato più successo) del 2014 con Ethan Hawke. In effetti la storia si presterebbe bene a una trasposizione cinematografica, sia visivamente che come ritmo.

 

Come tutte le opere in cui c’è di mezzo lo spazio-tempo con le sue regole (1°: non incontrare il te stesso giovane 2° non modificare il corso della storia in nessun modo), ci si incasina la testa se non si segue con attenzione, comunque in questo caso l’autore inserisce una spiegazione finale che conferma quel che è apparso durante la lettura. Ammetto che il finale per me non è stato una sorpresa, ma il romanzo è senz’altro un lavoro ben riuscito e di non facile realizzazione che ho apprezzato molto.

 

Ora facciamo qualche domanda all’autore, Davide Tarò.

 

1)  Ciao, benvenuto su Infiniti universi fantastici. Raccontaci qualcosa di te e della tua passione per la scrittura 


Ciao Alessandra, la mia carriera si divide essenzialmente tra saggistica dedicata al cinema tout court, all'animazione e al cinema giapponese che mi ha impegnato grosso modo fino al 2011.
Successivamente, ho scritto dal 2012 romanzi e racconti di narrativa di genere.
L'esordio di EMINA OrfaniRoboT edito da 001Edizioni oltre a rappresentare e a meritarsi l'appellativo di inizio del nuovo genere denominato 'Animeucronia' , fu la mia prima occasione di farmi notare dagli addetti ai lavori, cosa che fortunatamente davvero successe l'anno dopo  con la citazione/riconoscimento alla premiazione della storica WorldSF Italia di cui ora faccio parte.
Proprio in quegli anni entro a far parte del comitato scientifico della bella realtà tutta torinese MUFANT Museo del Fantastico e della Fantascienza di Torino voluta da Davide Monopoli e Silvia Casolari e dallo , purtroppo, scomparso esperto Riccardo Valla.
Pubblico successivamente i due capitoli finali dell' 'Animeucronia' che altro non sono che i due romanzi intitolati Corazzata Spaziale Mussolini e FURUSATO CombattiLaTuaTerrA editi entrambi dalla Società Editrice La Torre entrambi con le cover poetiche illustrate da Andrea Gatti.
E' con il 2019 che pubblico in formato completamente digitale e gratuito il romanzo 'PAR PU'LIL La Collina Dei Fumetti' edito da Chance Edizioni, sempre con una cover che io ritengo ben sopra la media del mercato realizzata da un Andrea Gatti più che mai in forma e in sintonia, con un lusinghiero riscontro di pubblico e recensioni.
E' con Chance Edizioni che ho occasione inoltre di pubblicare in versione cartacea una delle mie opere più "ambiziose" che verge verso altri lidi per me ancora in parte inesplorati : OROBORO.

 

2)  Vuoi aggiungere qualcosa alla mia recensione?

 Io tendo a non aggiungere mai nulla agli scritti altrui, anche e soprattutto se si tratta di recensioni su miei lavori.
 Amo letteralmente scorgere nelle parole e nel sottotesto degli altri la visione che è stata trasmessa al lettore che NON E' e NON DEVE ASSOLUTAMENTE ESSERE la mia!!
Già un Davide Tarò basta e avanza, se ce ne fossero due o più corrispondenti ad ogni scritto su un qualche libro che lo riguarda diventerebbero francamente troppi e va da sé... dovrebbero tutti combattere una battaglia all'ultimo sangue per sopravvivere nel finale !!!
E in quel malaugurato caso non è proprio detto che la sopravvivenza debba proprio arridere automaticamente allo scrivente! Giusto?!  (quindi non mi conviene intervenire sugli scritti in alcun modo, penso ora vi sia chiaro vero? :-) ).


3)  Il tempo sembra un argomento che ti è molto caro, c’è un motivo particolare?

 Beh, tutti i romanzi e racconti sui viaggi nel tempo che ho letto sono il motivo fondamentale!
Robert A. Heinlein ne è stato l'indiscusso maestro con i capolavori 'Tutti voi Zombie', 'Un gran bel futuro' , 'Il gatto che attraversa i muri' e 'Oltre il tramonto', dove padri di figli o persone che cambiano sesso diventano, con il viaggio temporale, madre di sé stessi per esempio...
 Il filosofo David Lewis considerò molti di questi racconti come perfettamente coerenti con la teoria del viaggio nel tempo iniziata a fine ottocento dallo scrittore Herbert G. Wells e il suo romanzo La Macchina del Tempo.
Inoltre sono sempre rimasto atterrito e nello stesso tempo avvinghiato irrimediabilmente dalla teoria, in primis narrativa, (diventata nel corso degli anni sempre più concreta, "scientifica" e filosofica) del 'paradosso del nonno' ( e qui la lettura del 'Viaggiatore Imprudente' di René Barjavel diventa essenziale).


4)  Ti sei ispirato a qualcuno dei film che ho citato? Oppure hai avuto altre fonti di ispirazione?

I film che hai citato sono per forza di cose e direi quasi naturalmente fonti di ispirazione per me.
    Il film che citi, Predestination del 2014, è tratto proprio direttamente dal racconto di Heinlein 'Tutti voi Zombie' mentre Terminator del 1984  scritto da James Cameron e William Whisher Jr. è la trasposizione cinematografica originale e perfetta degli elementi del paradosso del nonno!

 

5)  Progetti futuri?

Certo! Un romanzo su Stephen King intitolato 'IL RAGAZZO E IL RE' e uno sulla figura tormentata del chimico torinese e sopravvissuto Primo Levi dal titolo 'PRIMO LEVI agente del MEME', due progetti davvero molto ambiziosi.

Grazie Alessandra!


Grazie per essere stato con noi, alla prossima!

 

Recap

  • Titolo: Oroboro
  • Autore: Davide Tarò
  • Genere: Fantascienza, ucronia, steampunk
  • Editore: Chance edizioni
  • N. di pagine: 104
  • Prezzo: € 14
  • Link: Amazon
  •            Chance edizioni

sabato 10 aprile 2021

RECENSIONE SERIE TV: CARNIVAL ROW 1° STAGIONE

 

Una serie fantasy particolare che affronta temi importanti

 


Cari videodipendenti,

 

Carnival Row è una serie molto ricca, innovativa per certi versi, con temi profondi e importanti, ma anche caotica e con diverse lentezze.

 

L’ambientazione è particolare: siamo a Burgue, una sorta di Londra Vittoriana alternativa, in cui le creature fatate (fate, fauni, coboldi e altro) sono rifugiati di guerra, una guerra lontana che li ha spinti a fuggire dalla loro terra d’origine, ma abitano nella zona Carnival Row in condizioni pessime. Molti di loro servono a casa dei ricchi, molti si arrangiano, c’è anche un bordello di fate… e vengono temuti e disprezzati da tutti (o quasi).

Una chiarissima metafora della situazione attuale del mondo, un tema che certo deve far riflettere.

 


I protagonisti sono l’ispettore Rycroft Philostrate, “Philo”, interpretato da Orlando Bloom: simpatizza per i fatati, o “grinch”, che indaga su terribili omicidi, e la fata Vignette Stonemoss, interpretata da Cara Delevigne. Da subito si capisce che tra i due c’è stato qualcosa; quando lei arriva in città però lo crede morto.

 

Oltre a queste storyline (vicenda dei protagonisti, omicidi seriali e terribili), ci sono quelle delle due famiglie più potenti della città che si contendono il potere e quella di una famiglia composta da fratello e sorella altolocati, gli Spurnrose, caduti in disgrazia, che come nuovo vicino di casa hanno un fauno ricchissimo desideroso di entrare nell’alta società ed essere accettato.

 


C’è molta carne al fuoco, come suol dirsi; forse troppa, perché le 8 puntate non riescono a seguire tutto con equilibrio, e inoltre ci sono momenti molto lenti. La storyline dei fratelli Spurnrose e del fauno Agreus è anche troppo distaccata dalle altre, che bene o male sono più compatte. I protagonisti sono ottimi attori, ma tra loro non sembra scattare la scintilla per offrirci una coppia appassionata.

 

I costumi e le scenografie sono molto buoni, idem trucco ed effetti speciali; la tematica di fondo inoltre è importante, quindi ritengo che la serie vada vista nonostante queste imperfezioni, che si fanno sentire soprattutto nella seconda parte della serie: all’inizio si viene subito catturati dalla particolarità di ciò che si vede, solo successivamente subentrano lentezze e un po’ di confusione.

 

La seconda stagione è stata confermata, dovrebbe uscire su Amazon Prime nel luglio 2021.

 


Recap

 

  • Titolo: Carnival Row
  • Genere: Fantasy, steampunk, thriller, noir, drama
  • Stagioni: 1-
  • Puntate: 8
  • Produzione: USA
  • Anno: 2019
  • Rete di trasmissione italiana: Prime
  • Main Cast: Orlando Bloom, Cara Delevigne, Simon McWorthy, Tamzin Merchant, Davis Gyasi, Indira Varma

 

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domenica 5 aprile 2020


RACCONTO

STEAMFIELD PARK di MONICA SERRA
- parte 2






I racconti di IUF-
Decameron edition #3 parte 2
(Parte 1 qui)




Steamfield Park
Tribute to Jane Austen’s
Mansfield Park
(1814)

A steampunk novel by

Monica Serra

Fanny si sentiva ancora carica. L’entusiasmo con cui Tom aveva mostrato a lei e a Edmund la sua invenzione era stato contagioso. Il ciclottero, che secondo lui avrebbe dato nuova linfa agli affari dei Bertram, era una bizzarra combinazione di ottone, ruote e ingranaggi. Per dimostrare di cosa fosse capace, l’aveva fatta volare. Quando la macchina si era levata da terra, un brivido di curiosità aveva graffiato la schiena di Fanny. Ricordava la sensazione di soffocamento nel trattenere il respiro e il grido liberatorio che l’aveva sollevata da quell’oppressione quando il congegno, ruggendo, si era librato in volo dalla terrazza. Edmund, in piedi accanto a lei con le mani intrecciate dietro la schiena, non aveva pronunciato una parola.


Qualche giorno dopo, un valletto dei Crawford si presentò a Steamfield Park con una lettera per Fanny. Fu Edmund a ritirarla; divorato da un tormento al quale non riusciva a dare un nome, l’aprì.
Per un lungo istante fissò le parole vergate con l’elegante grafia di Henry Crawford, incapace di muoversi. Quel damerino senza ritegno, come osava? Sentì la rabbia montare dentro di sé, dapprima simile al sordo brontolio di un tuono in lontananza, poi sempre più rumorosa, come quando si finisce nel cuore della tempesta, e prese una decisione. Afferrò guanti e cappello e uscì come una furia, diretto alle scuderie.

Fanny tornava dalla passeggiata quotidiana con Lady Bertram nei boschi che circondavano la tenuta. Era un mattino azzurro e luminoso e si respirava già nell’aria un anticipo di primavera. La placida camminata nel profumo lieve delle viole fu interrotta dal cavaliere lanciato al galoppo lungo il viale che per poco non le travolse.
Edmund! Dove correva in quel modo, come se avesse un diavolo alle calcagna?
Rientrarono in fretta a casa, Fanny lasciò la zia, ancora scossa, ai piedi dello scalone e si diresse alla biblioteca. Il pezzo di carta abbandonato sul tavolino fu la prima cosa che notò. Via via che leggeva, un’ansia indicibile le dilagava dentro. Era un biglietto di Crawford e conteneva una scandalosa proposta di fuga. Ora la corsa sfrenata di Edmund assumeva un senso, e più rileggeva le poche righe, più si convinceva che suo cugino stesse per commettere una pazzia.
Percorse avanti e indietro la sala, torcendo la lettera tra le mani, nel tentativo inutile di escogitare qualcosa per fermarlo. Non aveva molto tempo e i pensieri fuggivano come animali impazziti davanti a un incendio senza che lei riuscisse ad afferrarli. L’unica cosa che le venne in mente fu la macchina volante di Tom. Ebbe un brivido di anticipazione all’idea del volo e si precipitò alla finestra.
Sulla terrazza, lucido e fumante, il marchingegno di Tom produceva un sordo ronzio, con l’elica che girava a vuoto, pronto a un nuovo collaudo. Suo cugino, intento a controllare gli ultimi dettagli con la testa china sul mucchio di progetti poggiati sulla balaustra di marmo, non si accorse di lei.
Fanny aprì l’alta vetrata, raccolse le gonne e corse attraverso la terrazza col cuore che saliva in gola, pompando adrenalina e battendo sordo nelle orecchie. Raggiunse il veicolo in uno svolazzo di crinoline. Salì la scaletta e fu a bordo, mentre l’elica ruotava e i congegni producevano un ritmico ticchettio che coprirono i suoi passi. Tirò a sé il portellone metallico e balzò a prua, dove si trovavano i comandi. Al suono improvviso della portiera, Tom sollevò di scatto la testa dai suoi fogli. Fanny ne intravide il volto basito, ma decise di non badargli. Fece correre uno sguardo inquieto sui dispositivi che aveva di fronte: leve, quadranti, manopole d’ottone. Lo sconforto le afferrò la gola, impedendole di respirare per un lungo istante. Tentò di recuperare la calma: ricordò che Tom, mostrandole l’invenzione qualche giorno prima, le aveva indicato la leva del volo. Lesse le targhette di ferro che si trovavano alla base di ogni manopola e individuò quella che le interessava. Ignorando il cugino che si sbracciava per attirare la sua attenzione, tirò la leva con tutta la sua forza.
L’elica roteò più velocemente, il ronzio si fece più intenso: con uno sbuffo e un sobbalzo, il veicolo si sollevò e si librò nell’aria, scaraventando in terra il suo pilota improvvisato. La spinta fece salire il ciclottero per qualche metro, poi ci fu un rumore secco e il congegno precipitò.
Fanny era riuscita a trascinarsi fino alla leva del volo: vi si aggrappò e riportò in quota la macchina.
Un grido di gioia sfuggì alla controllatissima signorina Price, che si rialzò e prese posto nel sedile riservato al guidatore. Lanciò un’occhiata in basso. Il magnifico parco di Steamfield si srotolava sotto i suoi occhi per miglia e miglia, fino alle colline. Tom era sulla terrazza, gli zii si erano affacciati alle finestre del primo piano, alcuni inservienti sostavano fuori dalle scuderie. Tutti guardavano in su a bocca spalancata, increduli.
Fanny fece correre lo sguardo sulle tenute che vedeva sotto di sé, alla ricerca di quella dei Crawford. Quando l’ebbe individuata, tirò una leva la cui targhetta recava incisa la scritta “avanti”.
Il veicolo ruggì e con uno strappo secco sfrecciò nel cielo di febbraio, lasciandosi dietro una scia di fumo denso e biancastro.

Cercando di districarsi tra ottoni, vetri e legno, Fanny governava il volo seduta davanti a una serie di misteriosi dispositivi. Era consapevole dell’intenso calore che di sicuro le arrossava le guance come se avesse la febbre, e si sentiva intrepida come mai le era accaduto. Stava volando ed era sola al comando di quell’assurdo veicolo! Una folata di vento investì il ciclottero, facendolo vibrare e oscillare, ma lei riuscì a tenerlo dritto.
Vedeva scorrere sotto di sé campi e boschi, mentre sopra aveva cielo, cielo e ancora cielo. Il rollio dell’elica accompagnava vibrando quella pazzesca avventura. Guardò ancora giù e riconobbe villa Crawford. Davanti all’ingresso della grande casa in pietra grigia, due figure piccolissime attirarono la sua attenzione. Da quell’altezza era quasi impossibile capire chi fossero, ma Fanny era istintivamente sicura che si trattasse di Henry e Edmund.
Cercò la leva per l’atterraggio, sperando che i due non si fossero ancora sfidati a duello. Edmund era così arrabbiato quando l’aveva visto allontanarsi da Steamfield Park che non aveva dubitato neanche per un che stesse per commettere una pazzia. E un duello le sembrava proprio il tipo di sciocchezza che il suo integerrimo cugino fosse capace di compiere.
Trovò la leva con la targhetta “discesa” e la tirò, cercando di controllare il tremito delle mani. Il rumore dell’elica cambiò e lei trattenne il respiro. Il ciclottero sobbalzò, sussultò, poi calò a terra con una scossa finale. Ci fu uno sbuffo di vapore grigiastro, un sibilo e il motore si arrestò.
Il portellone di metallo si aprì su due paia d’occhi stupefatti. Sul giardino dei Crawford era calato un silenzio così profondo, che Fanny scese a terra credendo di essere diventata sorda. La testa le girava e le gambe erano malferme. Senza contare i lividi che si era procurata nei vari scossoni. Sopraffatta dalle emozioni accumulate, scossa dai singhiozzi, scivolò in ginocchio nell’erba.
Edmund corse nella sua direzione e s’inginocchiò davanti a lei. Le sollevò il volto e la costrinse a guardarlo, mentre con la punta delle dita le asciugava le lacrime.
«Fanny». La scrutò con aria preoccupata. «Stai bene? Cosa ti è saltato in mente? Salire su quel trabiccolo…»
Lei singhiozzò più forte.
«Ti ho visto andar via» farfugliò. «E ho trovato il biglietto di Henry e ho pensato che…». S’interruppe, sentendo su di sé lo sguardo di Crawford, e alzò gli occhi. Alle spalle di Edmund, Henry la guardava con una strana espressione, tra l’ammirazione e il rimpianto. Distolse lo sguardo e si perse in quello color castagna di Edmund.
«Ho avuto paura per te». Concluse la frase pulendosi il volto col dorso della mano, escludendo con quelle parole Crawford dal suo destino. Definitivamente.
Henry incassò la sconfitta con la consueta eleganza. Accennò un inchino, poi girò le spalle ai due e rientrò in casa.
A quel punto, Edmund la strinse a sé, con un gesto brusco ma al tempo stesso premuroso.
«Paura? Per me?» domandò, affondando il viso tra i suoi capelli.
Fanny annuì. Sentiva il cuore del cugino battere forte sotto la camicia bianca umida delle sue lacrime.
«Non potevo permettere che tu affrontassi Crawford per difendere il mio onore. Temevo che lo sfidassi a duello e mi serviva un mezzo per raggiungerti. Così ho rubato la macchina volante di Tom».
Negli istanti che seguirono, Fanny ebbe l’impressione che Edmund trattenesse il fiato. Fu scosso da un lieve tremolio, che a poco a poco salì di volume e intensità, fino a esplodere in una risata.
Rideva! Edmund rideva. Erano anni che non lo sentiva ridere così. Sollevò lo sguardo, sorpresa.
«Non era mia intenzione sfidare a duello Mr Crawford» le spiegò, con una strana luce negli occhi. «Volevo solo avvisarlo che non avrei tollerato altre avances nei confronti della futura signora Bertram».
Fanny sbatté le palpebre. Era confusa, le sembrava di essere avvolta in una nuvola di melassa, che ovattava i suoni e le impediva i movimenti. Poi le parole di Edmund si fecero strada nella sua mente e capì. La nebbia svanì e lei fu di nuovo libera. Non smise di piangere. Ma tra lacrime e risa, gettò le braccia al collo del suo amato cugino e lo baciò.
A pochi passi da loro, il lucido ottone che rivestiva il ciclottero scintillò ai pallidi raggi del sole invernale. Il bizzarro marchingegno era pronto riprendere il volo: prima di sera, Edmund e Fanny sarebbero stati di nuovo a Steamfield Park. Di nuovo a casa.


Monica Serra 




Classe 1968, calabrese di nascita e formellese d'adozione, Monica Serra è una narratrice di Mondi.  
Lavora in un istituto di credito e adora i suoi #gattomodelli, con le cui foto inonda i social.
Ha pubblicato moltissimi racconti in svariate antologie, lo steampunk Il Duca di Ferro per Astro edizioni, Ali del Futuro per EVE edizioni, Sangue alieno per GDS edizioni, Lei-storie di donne da tutti i mondi possibili per Altrimedia edizioni i cui ricavi vano alla Susan Komen Italia, associazione in prima linea per la lotta al tumore al seno.
Ha organizzato insieme alla Biblioteca comunale a Formello (Roma) il festival del fantasy Fantasya. 

Prossimo appuntamento: 9 aprile 2020.
Vi aspettiamo!

venerdì 3 aprile 2020


RACCONTO

STEAMFIELD PARK di MONICA SERRA



I racconti di IUF- 
Decameron edition #3

Cari amici, oggi a tenerci compagnia c'è Monica Serra col suo racconto steampunk Steamfield Park, omaggio a Jane Austen.
Il racconto sarà diviso in due parti.
Buona lettura!

Steamfield Park
Tribute to Jane Austen’s
Mansfield Park
(1814)

A steampunk novel by
Monica Serra

Steamfield Park, 1808
Fanny si era chiesta molte volte quale fosse davvero il suo posto a Steamfield Park. La residenza degli zii, che un tempo si chiamava Mansfield Park, aveva cambiato nome quando lo zio Thomas, Sir Thomas Bertram, era entrato nell’Ordine dei Cavalieri del Vapore e aveva intrapreso affari con l’America, in onore delle nuove tecnologie che si andavano diffondendo in Inghilterra. Quel luogo non aveva mai smesso di metterle soggezione e anche dopo tanti anni il fasto della casa la sbalordiva ancora. Le stanze erano troppo grandi e lei vi si aggirava furtiva, con la paura di rompere le cose che toccava. Proprio come quando era bambina. Da allora, da quella bimba timida e discreta, il suo carattere non era mutato e tutti nella grande villa amavano la compostezza e il senso del dovere che appartenevano alla donna che era diventata. Fanny, però, si sentiva prigioniera in quel ruolo di parente povera e virtuosa, le pareva di soffocare nella rettitudine che tutti si attendevano da lei, soprattutto ora che Edmund era lontano.
La cena che Lady Bertram aveva organizzato per festeggiare il ritorno di Sir Thomas dal suo ultimo viaggio d’affari si era appena conclusa. Fanny se ne stava sotto il portico, al riparo dalla pioggia, e osservava signore eleganti e signori con la tuba che si accingevano a tornare alle proprie case. Si udiva un cicaleccio in sottofondo, mentre i lampioni delle carrozze, puntini scintillanti nell’umidità, si allontanavano a passo lento dalla villa.
Una, più rumorosa delle altre, sbuffava circondata da una nube di fumo biancastro. Era la carrozza a vapore dei Crawford, eccentrica e vistosa come i suoi proprietari. Henry Crawford era appassionato di diavolerie meccaniche. Si era procurato da non molto quel marchingegno a vapore, simile a un cocchio, e non perdeva occasione per farne mostra. Una parte del parco antistante alla residenza dei Crawford era addirittura stata pavimentata per far posto a una piazzola di sosta riservata al bizzarro veicolo, mezza Londra ne parlava.
Ma lì, a Steamfield Park, lontano dalla città, Fanny e la sua famiglia restavano legati alle tradizioni della placida campagna inglese, nonostante il nuovo nome della tenuta. Tutti loro, dallo zio Thomas a Edmund, disapprovavano l’eccentricità dei Crawford.
«Perché ve ne state sotto la pioggia?­». Una voce profonda che non riconobbe emerse dal buio alle sue spalle. «Vostro zio si arrabbierà se vi ammalate». Fanny si volse ma nella penombra delle torce non vide altro che il lampo di un sorriso. «Ed io ne sarò addolorato».
Ah, sì, ora sì che lo riconosceva. Sentì le guance farsi di brace e il cuore accelerare i battiti. Non le piaceva Henry Crawford. I suoi modi erano eccessivi e non sopportava quel suo corteggiare in modo spudorato tutte le donne che gli capitavano a tiro. Tuttavia, era innegabile che quel mascalzone avesse un fascino irresistibile. Riportò lo sguardo sul parco avvolto dalle ombre notturne per recuperare il distacco che tutti, compreso Henry Crawford, le attribuivano. L’alone dei lampioni si rifletteva sul selciato lucido e la pioggia produceva un ticchettio regolare nella notte, scomparsi gli ospiti, che si era fatta silenziosa.
«Siete gentile» replicò. «Ma non dovete darvi pena per me.»
Il veicolo di Crawford, fermo poco più in là, emise un sonoro sbuffo di vapore.
«La vostra carrozza vi attende, Mr Crawford» disse Fanny, con la consueta dolcezza.
Henry rimase in silenzio. La pioggia si fece più intensa, scrosciando sulle cime degli alberi e impantanando il piazzale. Finalmente Fanny lo guardò e solo allora lui fece un inchino, indossò il cappello e se ne andò.

Fanny rientrò in casa in preda allo strano turbamento che Henry Crawford le causava ogni volta. Salì le scale e percorse il lungo corridoio sul quale affacciavano le stanze dei suoi cugini. Passò davanti alla camera di Edmund e non poté fare a meno di pensare a lui. Chissà cosa faceva in quel momento, a Londra. Il tentativo di immaginarlo, serio e posato com’era, nel bel mezzo della mondanità cittadina le strappò un sorriso. Subito dopo, però, una fitta di gelosia le strinse il cuore. Anche Mary Crawford si trovava a Londra, e di sicuro era presente ovunque andasse suo cugino. La signorina non aveva mai nascosto di avere un debole per Ed, anche se lui, almeno finché era stato a Steamfield Park, la ignorava con fredda eleganza.
Fanny raggiunse la sua stanza e si chiuse piano la porta alle spalle. Si svestì e indossò una calda vestaglia di lana poi, sciolti i capelli, si accucciò dinanzi al camino a spazzolarli e lasciò che le fiamme si esaurissero bruciando le sue fantasticherie notturne.

Sir Thomas Bertram era convinto che suo figlio Tom fosse soltanto un ubriacone col vizio del gioco, ma Edmund sapeva che suo fratello era molto più di quanto desse a vedere. Tom aveva talento e possedeva quel pizzico di follia che contraddistingue le persone geniali. Gli aveva scritto qualche giorno prima, in preda, a suo dire, a un’ispirazione scientifica fuori dal comune, pregandolo di tornare a Steamfield Park perché voleva mostrargli l’invenzione che avrebbe rivoluzionato l’Ordine dei Cavalieri del Vapore e molto altro. Non aveva aggiunto dettagli, così Edmund si era sentito in dovere di partire subito senza avere nemmeno il tempo di annunciare il suo arrivo.
La carrozza procedeva senza fretta verso Steamfield Park. La strada era fangosa per la pioggia abbondante caduta durante la notte e un cielo grigio incombeva sulla campagna minacciando nuovi temporali.
Il parco si estendeva per cinque miglia quadrate e ci misero un po’ a giungere in vista della grande e spaziosa dimora dei Bertram, nascosta tra gli alberi. Edmund assaporava la bellezza del paesaggio, quando un rumore di ferraglia spezzò il silenzio umido.  Non fece in tempo a sporgersi dal finestrino, che la carrozza sbandò di lato e si arrestò all’improvviso sul ciglio della strada. I cavalli scalciarono, nervosi e impauriti, e il postiglione faticò a tenerli fermi.
Una bizzarra vettura, che aveva le sembianze di un cocchio, si affiancò sollevando fango e producendo nubi di fumo e cigolii metallici, avanzando sul sentiero in direzione di Steamfield Park.
Edmund ebbe una fugace visione dell’uomo che sedeva impettito alla guida, indossando bizzarri occhiali di pelle e vetro, le code del cappotto come ali nel vento. Henry Crawford passò oltre, senza degnarlo di uno sguardo, lasciandosi dietro una scia biancastra e dall’odore pungente.
Ci volle un po’ perché il cocchiere riuscisse a calmare i cavalli e la carrozza potesse riprendere la strada. Edmund, in preda al malumore, si augurò di non trovare Crawford a Steamfield. Il giovanotto gli era cordialmente antipatico, almeno quanto Mary Crawford, la sua graziosa sorella, lo affascinava. Non sapeva da dove gli venisse quell’avversione per Henry Crawford. O forse sì, a ben pensarci. Detestava la sua dissolutezza. Non approvava i suoi modi. Ma soprattutto, non sopportava che gironzolasse attorno a Fanny.

Come ogni pomeriggio, Fanny sedeva nella biblioteca, a leggere davanti al camino acceso. Un boato proveniente dall’esterno la strappò alla lettura. Balzò in piedi, spaventata, lasciò cadere il libro sulla poltrona e corse alla finestra. Sotto i suoi occhi sbalorditi, la carrozza meccanica di Henry Crawford si arrestò tra sbuffi di vapore e sinistri cigolii proprio davanti alla vetrata, nel bel mezzo della terrazza che affacciava sui giardini. Il giovanotto scese dal veicolo con un agile balzo e, scorgendola dietro il vetro, si tolse i goggles e la salutò con un galante inchino.
Fanny recuperò la padronanza dei suoi nervi, per quanto le fu possibile, e rispose con un freddo cenno del capo. Guardò l’inatteso visitatore dirigersi verso l’entrata e attese che il valletto lo annunciasse.
«Signorina Price» la salutò Crawford entrando, sfoderando un sorriso ammaliante e le solite maniere impeccabili. «Sono lieto di vedervi».
«Come al solito, avete esagerato» replicò lei, fingendo un’indignazione a cui nessuno, tantomeno Henry Crawford, avrebbe creduto. «Tutta la contea vi avrà visto arrivare a Steamfield senza alcuna riservatezza!»
«Non avrei fatto nulla di meno, per voi. Dovreste saperlo».
Fanny lo fulminò con lo sguardo, ma lui non si scompose.
«Fanny, Fanny» sospirò, scrollando il capo. «Invece di quei funesti lampi d’ira vorrei accendere nei vostri occhi la stessa luce che vi vedo quando parlate del vostro tedioso cugino».
Lei non riuscì a trattenere un sussulto e Crawford se ne accorse.
«Ah, a quanto pare ho colpito nel segno». Un sorriso smaliziato gli piegò le labbra mentre muoveva qualche passo verso di lei. «Tuttavia, se me ne darete modo, scaccerò dal vostro cuore Mr. Bertram e vi giuro che tra qualche tempo non ricorderete neanche di essere stata infatuata di lui».
Fanny lo allontanò, improvvisamente risentita.
«I miei sentimenti per Edmund Bertram non sono affar vostro, signor Crawford. Che cosa siete venuto a fare a Steamfield Park? Non ricordo di avervi invitato, oggi».
Giocherellando con i goggles, Henry continuava a fissarla con sguardo insolente.
«Non l’avete fatto. Ma sarebbe stato imperdonabile da parte mia trascurare i doveri di buon vicinato». Tentò ancora di avvicinarsi, ma Fanny lo tenne a distanza.
«Basta così». A dispetto del brivido che la scosse, la sua voce assunse un tono glaciale.
Henry ignorò il suo rifiuto e si piegò verso di lei, come per baciarla.
In quel momento, un trafelato Edmund irruppe nella biblioteca.
Ci fu un lungo e imbarazzato silenzio. Henry Crawford si girò con lentezza, mentre una luce stizzita gli lampeggiava nello sguardo. Fanny, turbata, si sentì avvampare e fece un passo indietro.
«Che cosa sta succedendo qui?». Bertram gettò mantello, copricapo e guanti sul divano. La sua ira repressa quasi sfrigolò, come l’elettricità che si sprigiona prima del fulmine, saturando la stanza.
«Edmund…»
Crawford non le diede il tempo di parlare e si fece avanti con la solita faccia tosta.
«Mr Bertram!» esclamò in tono esageratamente cordiale, tendendo la mano verso il nuovo arrivato. «Non vi aspettavamo di ritorno così presto. Forse l’aria della città non era di vostro gradimento?».
Lo sguardo di Edmund si rabbuiò, nuvole nere a coprire i fulmini.
«Vedo, Mr Crawford» rispose con voce grave e senza ricambiare la stretta, «che invece a voi sembra piacere molto Steamfield Park».
Henry incassò con eleganza e ritirò la mano, poi si volse verso Fanny.
«Per oggi la mia visita di cortesia termina qui». Prese tra le sue la mano della ragazza e vi depose un bacio leggero. «Arrivederci, Miss Price».
Lasciò la stanza con l’impeto di una folata di vento, mentre Edmund e Fanny, in piedi l’uno di fronte all’altra, si guardavano in silenzio.
Alcuni istanti dopo, la carrozza meccanica di Crawford lasciò Steamfield Park sferragliando tra gli alberi.

Monica Serra

 -FINE PARTE 1-

SECONDA PARTE: DOMENICA 5 APRILE 2020

Non perdetela!

venerdì 4 agosto 2017




Recensione fumetto: Lande percorse- La grande guerra 1




Genere: Fumetto epic fantasy, steampunk, avventura
Autori: Diego Romeo e Fabio Lucianetti
Editore: Astro
Prezzo di copertina: €11,90
Link:Amazon


Alla fine il giorno è giunto. I due imperi più potenti delle Lande percorse si danno battaglia sulle pianure a Sud di Neapolis. Entrambe le fazioni hanno schierato in campo le loro forze migliori. Cittadelle volanti, navi volanti, draghi, cavalieri e fanti, in quella che sarà ricordata dai bardi come la “Grande guerra”.
Un racconto epico, dal sapore steampunk, che vedrà eroi e uomini comuni lottare per i loro ideali. Uno scontro in cui bene e male perderanno ogni senso in cui solo la lealtà verso i propri amici sarà il faro da seguire, in mezzo alla tempesta delle armi.
Elfi e nani seppelliranno rancori atavici per allearsi con l’impero celeste e fronteggiare le orde dei pelle-verdi e dei giganti alleati al nero impero di Baal.
Uno scontro di cui neanche il più grande divinatore saprà prevedere l’esito.



L’idea di un fumetto italiano tratto da un romanzo fantasy italiano mi ha  entusiasmato appena ho saputo dell’uscita: finalmente!...

Conosco la saga ideata da Diego Romeo, Lande Percorse, anche se  ancora non l’ho letta nonostante abbia l’ebook,  eh eh! ^.^  Rimedierò! Il fumetto però si legge più agevolmente rispetto a un romanzo, tanto più che questo illustra solo la prima parte del tomo primo, quindi alla fine l’ho letto prima del libro.

Invece l’autore dei disegni, Lucianetti,  non lo conoscevo, ma quando ho letto il suo lunghissimo curriculum, soprattutto come artista, sono rimasta a bocca aperta: ha addirittura dipinto alcune vetrate policrome della Basilica di S. Antonio da Padova! 

Le tavole da lui disegnate  non hanno la classica composizione del fumetto: sono delle vere e proprie illustrazioni con didascalia o con qualche raro balloon, senza particolari limiti nell’utilizzo dello spazio della pagina. L’uso del B/N è magistrale, nelle  sfumature e nei  dettagli; ci sono delle tavole davvero bellissime. Lucianetti tende a marcare molto i tratti somatici dei personaggi, rendendoli molto caratteristici e particolari.

Diego Romeo ha dichiarato di aver messo nell’opera letteraria tutta la sua… nerditudine, quindi c’è un gran proliferare di draghi, elfi, nani e cavalieri che affollano le pagine della graphic novel.
Questo primo capitolo  s’intitola “La grande guerra”, e così è: dopo le prime pagine in cui si narra la genesi del Mondo creato da Romeo, si passa subito a grandi battaglie e combattimenti su tutti i fronti, cavalleria, fanteria  e navi davvero speciali, le cittadelle e i catamarani volanti,  astronavi  un po’ steampunk, che mi sono piaciute tantissimo. Di queste c’è anche una descrizione dettagliata per quanto riguarda il funzionamento e il meccanismo.
Come ogni romanzo del genere che si rispetti, ci sono i buoni e i cattivi, tra cui il dio-drago Baal: ecco... le povere divinità fenicie che hanno l’appellativo  Baal (= signore) ormai sembrano essere il nome simbolo di tutte le creature malvagie. Tra un po’ chiederanno i diritti di sfruttamento del nome! :-D

Per quanto riguarda i personaggi militari e le descrizioni belliche Diego Romeo usa nomi di tutte le provenienze, anche  di origine latino/romana, non solo quindi quelli di origine nordica tipici dei fantasy. Si evince da queste tavole il suo amore per le strategie e per i metodi di combattimento usati nelle varie epoche storiche; mi incuriosisce però quando parla di “falange macedone”. Perché in un mondo fantasy avrebbe dovuto esistere la Macedonia? Perplessità. Forse voleva indicare quello specifico tipo di falange, diversa dalle altre, ma non c’erano altri aggettivi. O sarà un indizio di qualche genere riguardo un eventuale collegamento col mondo reale?... Lo scopriremo solo leggendo!

Il protagonista  del fumetto è Hurik, quel guerriero che campeggia in copertina, e non posso fare a meno di notare quanto assomigli a Lucianetti stesso…  Ah ah ah! XD
La cover è d’impatto e coloratissima: a sinistra campeggia Hurik, a destra il drago tecnologico, fighissimo, e in alto un castello/fortezza volante.
Non so perché, ma osservando l’immagine ho come l’impressione che il guerriero abbia le gambe mozzate! Forse era meglio sfumare di più lo pterigio , o aggiungere le gambe almeno fino a dove la spada sembra liquefarsi… non so ma, ripeto, è una mia impressione.


Il finale di questo numero, il primo di nove, è davvero epic;  viene introdotto un nuovo personaggio che incuriosisce e promette assai bene per il seguito.

L’impressione generale che ho avuto dopo la lettura è che forse avrei dovuto leggere prima il romanzo e poi dedicarmi al fumetto, in quanto gli avvenimenti narrati sono molti, specie riguardo la genesi delle Lande Percorse, e troppa sintesi mi fa assaporare poco la storia, sebbene il tutto sia compensato dai bellissimi disegni e dalla meraviglia provata di fronte alla visionarietà di entrambi gli autori. Nondimeno, le scene di combattimento epiche sono molte, e faranno la felicità di chi ama battaglie e strategie; però io personalmente  ho empatizzato poco coi personaggi, dato che non ho avuto modo di conoscerli in maniera un po’ più approfondita  avendo letto solo delle loro imprese belliche.

Consiglio  il fumetto agli amanti del genere epic-fantasy e dello steampunk.

E ora, un’intervista all’autore Diego Romeo, per la prima volta ospite di IUF. 


1)  Ciao Diego, grazie per aver accettato l’intervista. Ti va di parlarci un po’ di te e dei tuoi romanzi?

Ciao Alessandra, grazie a te per il tuo invito e per aver voluto leggere e recensire il fumetto tratto dai miei romanzi fantasy.
Di me ti posso dire solo che sono un sognatore che non si arrende mai, forse non è la prima volta che senti dire questo a un autore, ma per me è così. Sono dislessico, cosa che mi ha provocato non poche difficoltà nella mia vita scolastica, ma nonostante questo mio problema è dall’età di 10 anni che ho iniziato a scrivere storie. Per me lo scrivere è un atto molto intimo con cui voglio entrare in contatto con chi mi legge per potergli trasmettere i miei sogni. Da questa necessità sono nati i miei romanzi fantasy, dalla voglia di creare un mondo fantastico dove portare tutti i miei amici.

2)  Com’è nata l’ idea della trasposizione a fumetti di Lande percorse?

L’idea in verità non è venuta da me (anche se ammetto che era una delle tante evoluzioni che speravo per la mia saga), ma dal maestro Lucianetti, che dopo aver letto il mio primo libro ha deciso di farne un fumetto. La cosa mi ha riempito d’orgoglio oltre che di gioia. Ora, sinceramente spero che il progetto piaccia a tanti e che il mio editore voglia continuare questa bella collaborazione.

3)  Com’è stato conoscere e lavorare con Lucianetti?

Conoscere il maestro Lucianetti è stata un’esperienza molto costruttiva. Non capita spesso di poter conoscere (e poi lavorare) con un artista del suo spessore. Da lui ho imparato tantissime cose, non solo sul fumetto, ma anche sullo scrivere sceneggiature per esempio. Quindi al di là del fumetto, posso dire di essere cresciuto molto grazie a lui.
Non nascondo che lavorare con lui è stato molto bello ma anche molto difficile. Per indole ed esperienza lui è un tipo molto preciso ed esigente sia con lui che con i suoi collaboratori (nella fattispecie con me) e la stessa passione che lui mette nel suo lavoro la esige anche negli altri. Ti lascio immaginare, quindi, cosa ha significato per me lavorare con lui. Ti racconto solo un aneddoto. Un pomeriggio lui mi chiama per discutere su alcune tavole (Lucianetti è di Padova e io sono di Roma). Abbiamo iniziato alle 17 circa e abbiamo finito alle 21 quando mia moglie disperata ha preteso di avermi a cena.

4)  Sei d’accordo sul fatto che un lettore del fumetto che non abbia letto i romanzi si possa trovare per certi versi un po’ confuso?

Decisamente sì! Gli avvenimenti sono molto veloci e dinamici e cambiano spesso di prospettiva. In un romanzo questo può essere agevolmente superato nelle trame della narrazione, ma in un fumetto è sicuramente più difficile. Soprattutto perché qui si parla di una trasposizione di un romanzo e non di un fumetto che nasce come tale. Per fortuna la maestria e l’esperienza di Lucianetti hanno mitigato molto questo problema a mio avviso. Anche l’idea di introdurre una parte descrittiva dell’ambientazione (cosa a cui io non avevo pensato) è stata una trovata di Lucianetti per facilitare l’utente nella lettura del fumetto.

5)  Mi togli la curiosità sulla falange macedone? Perché?...

Allora questa cosa è stata lo scenario di una grossa discussione fra me e Lucianetti. Lucianetti, oltre a tutto, è anche un grande esperto di tattiche militari e storie di guerra. Nel mio romanzo, avendo più liberta di descrizione, avevo descritto molto bene quella parte della battaglia, cosa che non poteva rendere altrettanto bene in fumetto. Dalla descrizione che io facevo, Lucianetti si è accorto subito che mi riferivo a quella particolare formazione, così ha deciso di introdurre quel termine anche se poteva sembrare non del tutto in linea con l’ambientazione creata da me. Io all’inizio ero scettico, se non del tutto contrario, ma poi, ovviamente, essendo lui il maestro, alla fine, ho dovuto piegarmi al suo volere.

6)  Grazie di esser stato con noi, alla prossima!


Il piacere è stato mio e non vedo l’ora di poter ritornare fra le vostre pagine.