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sabato 26 marzo 2022

LUCCA CITTA' DI CARTA EDIZIONE 2

 Il comunicato stampa sulla 2a edizione di Lucca città di carta, la convention letteraria organizzata da Nati per scrivere e l'Ordinario



Cari lettori, 

ieri a Lucca si è tenuta la conferenza stampa al Real Collegio sulla 2a edizione di Lucca città di carta.

 

“LUCCA CITTÀ DI CARTA” TORNA DAL 23 AL 25 APRILE AL REAL COLLEGIO

CARLO LUCARELLI TRA GLI OSPITI E TANTE NOVITÀ, DA UNO SPAZIO BIBLIOTECA ALLA FOTOGRAFIA

Oltre 100 stand, 80 eventi, laboratori, mostre e workshop

 

Lucca, 25 marzo 2022 – Dopo il successo della prima edizione, torna Lucca Città di Carta, il Festival dedicato ai libri, alla carta, all’arte e alla stampa. L’evento si sposta in primavera, sua collocazione originaria pre-covid, e si terrà dal 23 al 25 aprile 2022 al Real Collegio, sempre a ingresso gratuito, dalle 10 alle 19, organizzato dal doppio team targato Nati per Scrivere e L’Ordinario. Tante le novità, dall’ampliamento degli spazi con la presenza anche di editoria fotografica e nuove collaborazioni, fino a uno spazio Biblioteca; molti anche gli ospiti attesi, da Carlo Lucarelli ad Alessandro Barbaglia, passando per Marco Vichi, Leonardo Gori, Romana Petri, Marco Buticchi, Marco Pardini, Sara Fiorentino, Vanni Santoni, lo chef Daniele Rossi e molti altri. Per il programma completo si può visitare il sito www.luccacittadicarta.it o scrivere a eventi@luccacittadicarta.it.


Carlo Lucarelli


“Quando ci chiedono qual è l’anima di Lucca Città di Carta, noi rispondiamo: una fiera? Sicuramente. Un Festival? Sicuramente. Ma è soprattutto un modo di stare insieme vivendo e facendo cultura, come ci ha raccontato e dimostrato la prima edizione fatta in pieno periodo covid – spiegano Romina Lombardi e Alessio Del Debbio, Direttori del festival, in rappresentanza, rispettivamente, delle Associazioni L’Ordinario e Nati per Scrivere, durante la conferenza stampa di presentazione che si è tenuta questa mattina - L’anima è quella della passione, della voglia di condividere, cioè di vivere assieme, mettere in compartecipazione, come da etimologia, esperienze e contenuti, libri, arte e mestieri. Questo è quello che chiediamo a tutti, dagli espositori agli ospiti, dagli sponsor al pubblico, dagli artisti allo staff. Senza questo denominatore comune, nessuno entra nella Città di Carta”.

In questa seconda edizione, come già anticipato, sono molte le novità, gli stand e anche gli ospiti. Vediamoli nel dettaglio.

LE NOVITÀ. Si amplia lo spazio della manifestazione, con l’apertura, al piano terra, di una nuova stanza, la Sala Dante, dedicata, anche questa, agli stand degli editori, con un focus sull’editoria fotografica, grazie alla collaborazione con Nessuno Press. Si allarga anche la rete festival, infatti a Lucca Città di Carta sarà presente al Primo Piano uno spazio espositivo di Lucca Biennale Cartasia, con alcune anteprime; inoltre il festival, quest’anno, farà ponte con un altro grande evento seguitissimo in Toscana, la Città dei Lettori. Sarà, poi, soprattutto, un festival più accessibile a tutti, grazie alla nuova collaborazione e alla presenza dell’associazione Lucca Senza barriere, per la quale si terrà anche una speciale raccolta fondi nei tre giorni della manifestazione. Tra le tante altre novità uno spazio biblioteca grazie alla partnership con Bibliocoop, un programma interamente dedicato alle scuole e la presenza di oltre 60 studenti del Liceo scientifico sportivo e del Liceo delle scienze applicate “Fermi” di Lucca, a coadiuvare lo staff durante il festival. Arriva anche il Premio del pubblico: chi parteciperà al Festival potrà infatti essere sorteggiato per ricevere un importante premio con i gadget della manifestazione, tra cui la prestigiosa acquaforte, a tiratura limitata, ormai simbolo del Festival, realizzata dall’artista Alice Walczer Baldinazzo insieme a Stamperia Busato. Quest’anno, l’opera sarà un omaggio proprio al Real Collegio.


L'incisione del Festival 2020 di Alice Walczer Baldinazzo


GLI OSPITI E I TEMI Attesa anche per gli ospiti. Al Festival, sabato 23 aprile, arriva Carlo Lucarelli, scrittore, sceneggiatore, autore e conduttore radiofonico e televisivo amatissimo dal pubblico. A raccontare insieme a lui l’ultimo libro Lèon sarà lo scrittore Marco Vichi, padrino e amico del Festival, protagonista, sempre sabato, di un altro speciale “duo in giallo” con Leonardo Gori, quest’ultimo in libreria con ‘La Finale’. Vichi poi chiuderà il Festival, lunedì 25 aprile, con il suo libro ‘La Casa di Tolleranza’. Nel primo giorno di Festival arriva anche Romana Petri, considerata dalla critica una delle migliori autrici italiane contemporanee, due volte finalista al Premio Strega, che, dopo il successo di Pranzi di Famiglia, torna a raccontare Lisbona, le sue ombre, i suoi intrighi nel nuovo libro ‘La Rappresentazione’. Sabato è il giorno di altri due grandi ospiti: Alessandro Barbaglia, finalista al Premio Bancarella con La Locanda dell’Ultima Solitudine, farà divertire il pubblico e gli studenti con il suo ‘Storie vere al 97%’, mentre Marco Buticchi arriva con ‘Il mare dei fuochi’, un libro che indaga sulle ombre e gli enigmi ancora irrisolti di due grandi stragi italiane degli anni Ottanta, la tragedia di Ustica e l’attentato alla stazione di Bologna.




Domenica 24 aprile è il giorno di Marco Pardini, volto televisivo e divulgatore molto amato, al festival con ‘Erbario poetico’ che segue il successo de ‘Il Piantastorie’, e dell’inarrestabile chef toscano Daniele Rossi, volto di Sky e di Giallo Zafferano. Lunedì 25 aprile invece salgono sul palco di Lucca Città di Carta Vanni Santoni con ‘La verità su tutto’, un libro ambizioso, intriso di ironia e divertimento narrativo; Clive Griffiths, volto di video Music e icona degli anni ‘80 e l’amatissima Zia Sara, ovvero Sara Fiorentino, la zia di Beatrice, la bambina che ha commosso l’Italia, passata purtroppo alla cronaca come la “Bambina di pietra” a causa di una rarissima malattia che l’ha portata via a soli 8 anni e la cui storia è stata raccontata quotidianamente sul web suscitando molte emozioni.

Per quanto riguarda i temi, anche per la seconda edizione, il festival fa una scelta trasversale: dalla narrativa al fantasy, dagli albi illustrati agli storici, dal giallo al romance, dalla cronaca all’attualità. In Sala Montale si susseguiranno gli incontri delle case editrici presenti al festival. Come anticipato, spazio alla fotografia con alcuni incontri dedicati come ‘Umanità perdute, umanità ritrovate’, con i fotografi Alfredo Covino e Carlo Traini, in dialogo con Loredana De Pace e ‘In cammino con il poeta e fotografo Emiliano Cribari, trovatore errante sui sentieri dell’Appenino’. Tornano al festival il Reading Poetico, a cura dell’associazione PAD, e gli ambiti Speed Date per gli autori in cerca di una casa editrice e i laboratori permanenti, dove si potrà sperimentare la carta, la scrittura, il disegno e la stampa. Al centro del Piano Terra, tra i due chiostri del Real Collegio, torna anche la Sala Gutenberg, curata dall’Associazione veneta Emporium Athestinum che regala emozioni d’altri tempi e rappresenta il cuore storico dell’iniziativa insieme a Stamperia Busato.

APPUNTAMENTI SPECIALI L’attenzione per i temi sociali è, anche quest’anno, un punto forte del Festival: oltre agli appuntamenti già citati, la giornata dedicata alle scuole, sabato, vedrà al centro incontri sui temi del bullismo e della violenza di genere organizzati da Nati per Scrivere e L’Ordinario con il sostegno di Cesvot e Sinapsi. Imperdibile l’appuntamento speciale con ‘Daredevil, l’audiofumetto: ci sono altri modi per vedere’, in collaborazione con Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti. Il pubblico, con l’ausilio di bende a copertura degli occhi, durante l’incontro, potrà scoprire come godersi la lettura di un fumetto senza poter vedere. Tanti gli appuntamenti da segnalare, come l’omaggio a Oriana Fallaci con la presentazione della graphic novel della giornalista Rai Eva Giovannini illustrata da Michela Di Cecio ed edito da Round Robin; la prima presentazione in Toscana del nuovo thriller di Stefano Mancini, “L’enigma di Majorana”, edito da Fanucci Editore; la prima volta a Lucca del pluripremiato progetto ‘Voci dal silenzio- viaggio tra gli eremiti d’Italia’, un documentario diventato da poco anche libro per Tea;  le Bibliomemorie, dove i ricordi di lettura dei grandi scrittori si uniscono a quelli del pubblico in un incontro davvero originale; lo spettacolo di mentalismo legato ai libri a cura di Aldo Gottardo, in arte Mago Woland, già vice campione italiano di mentalismo e, per il 25 aprile, la storia di Albino, cavallo protagonista di ‘Steppa Bianca’, evento in collaborazione con Toscanalibri.it. Tra le mostre da segnalare CartaCanta, lavori su carta di Adolfo Saporetti’, curata dall’Archivio Anne & Adolfo Saporetti, nuova collaborazione del Festival; la mostra fotografica di Marco Ciccolella, un reportage sulle paralimpiadi di Tokio, i libri scritti a mano e le miniature di Giulietta Biagi e la mostra di Alice Walczer Baldinazzo contro la violenza di genere.

APPUNTAMENTI FORMATO FAMIGLIA E GLI EVENTI PER TUTTI. L’anima di Lucca città di Carta è pensata per tutti, anche per chi non ama particolarmente leggere e soprattutto per i più piccini, per avvicinarli alla lettura. Anche quest’anno, infatti, saranno numerosi i laboratori, i workshop e le dimostrazioni artistiche continue a cui il pubblico potrà partecipare: dal provare a fare la carta fatta a mano, all’arte della stampa e dell’incisione, dai workshop di scrittura a quelli di poesia, fino ai mini-corsi di bella scrittura e di disegno con pigmenti naturali. Ricco il calendario di appuntamenti per i bambini grazie alla collaborazione con la Libreria Leggi e Sogna che scalderà la Sala Rodari al Primo Piano con letture animate per bambini e molti laboratori. Dedicata sempre alle famiglie la domenica del Festival con la presentazione di "Baffo folletto, ogni storia un dispetto", edito da NPS Edizioni e l'accompagnamento musicale di Joe Natta e le Leggende Lucchesi; a seguire la presentazione, la prima in Toscana, del volume ‘Streghe d'Italia’, alla presenza di numerosi autori dei racconti e con accompagnamento della band Edlynn, di Francesca Cappelli.




Per il programma completo si può visitare il sito www.luccacittadicarta.it o scrivere a eventi@luccacittadicarta.it. Si consiglia la prenotazione agli eventi per non rimanere senza posto. Inoltre, per chi si prenota, in omaggio un segnalibro d’autore da ritirare allo stand Casa Inverse.





 Lucca città di carta è un evento organizzato da Nati per Scrivere e L'Ordinario

In collaborazione con: NPS Edizioni, Nessuno Press, Casa Inverse, Puzzle Animazione, AWB, Stamperia d’Arte Busato, Emporium Athestinum

In partnership con: Real Collegio, Colorè, La Città dei Lettori, Fondazione Nazionale Carlo Collodi, Toscana Libri, Lucca Biennale Cartasia, Associazione Lucca Senza Barriere, Lucca Info&Guide, Archivio Saporetti, Ubik Lucca, Lucca Libri, Unione Ciechi e ipovedenti di Lucca, Associazione Pad, Round Robin, Agorà.

Con il Patrocinio di: Regione Toscana e Comune di Lucca, Patto per La Lettura

Con il sostegno di: Cesvot, Colorè, Unicoop Firenze, Sinapsi Group, Blume Immobiliare.

Sponsor tecnici: Hotel Villa La Principessa, Parco avventura Selva del Buffardello, Parco Natura Serbacco, Ostello La Salana, Vivai Paola Favilla

Media partner: Toscana Libri, Leggere:Tutti, Radio Bruno, Il Passaparoladeilibri.it

 

Per materiali, informazioni e accrediti stampa:

Ufficio stampa Festival Lucca Città di Carta

rominaeventi@gmail.com  - 347/1917818

sabato 17 aprile 2021

RACCONTO: LA SPADA DI CRISTALLO DI ALESSANDRA LEONARDI

 

Un racconto gratuito di Alessandra Leonardi



                         LA SPADA DI CRISTALLO 


 




Il buio era denso come pece. L’illuminatore bastava a malapena a far luce per un paio di metri.

«Voran, sei sicuro che stiamo andando nella direzione giusta?» La voce di Mayt tremolava trasformandosi in fumo.

«Sì, la mappa dice di andare di qua. Coraggio, dovremo camminare a lungo.»

«Non è meglio tornare indietro? Siamo ancora in tempo, potrebbero non essersi accorti che siamo scappati» sussurrò Neis.

Voran si fermò e gli altri due intrupparono sulla sua imponente schiena.

«Ci abbiamo pensato giorni. Eravate tutti convinti, non ne potevate più di essere sfruttati per un tozzo di pane, fino alla morte, perché “l’economia deve prevalere su tutto, per il benessere globale”, come ci hanno sempre inculcato sin da ragazzini… e ora ve la fate sotto?»

Neis e Mayt si guardarono, minuscoli nei loro giacconi sfibrati e lisi.

«Io non credevo che qui fuori fosse così freddo e buio» disse la donna, asciugandosi una lacrima.

«Io sto pensando a mio padre. Se muoio, che ne sarà di lui? Almeno ora un tozzo di pane, dell’acqua, delle coperte per scaldarci ce le abbiamo». Mayt si volse e guardò alle sue spalle le luci dell’immensa Goldside, sempre più lontane nella notte nera.

Voran sospirò.

«Io non voglio forzarvi, ma la vostra è solo paura. Paura di ottenere ciò che abbiamo sempre desiderato, un lavoro retribuito dignitosamente, in salute e sicurezza. Quante volte ci siamo chiesti quando toccherà a noi se vedevamo qualche nostro compagno mutilato da una tagliatrice, o si spegneva davanti ai nostri occhi per i veleni respirati? Tuo padre ha solo 50 anni, è su una sedia a rotelle da dieci per essersi rotto la schiena lavorando per i Produttori!»

«È il nostro destino. Nasci, produci, muori. Nessuna stupida mappa venuta fuori chissà da dove ci porterà mai al luogo incantato dove c’è la spada di cristallo che ci libererà. Non esiste, è una fantasia» ribatté Mayt.

«Allora buon ritorno al quartiere dormitorio pulcioso. Io vado avanti, non ci torno là.» Voran riprese a camminare a larghe falcate. Mayt e Neis si guardarono.

«Non lasciarci qui! Non sappiamo come tornare indietro. Ci perderemmo nei condotti sotterranei!»

«Aspettaci!»

I due corsero per raggiungerlo.

 

Un’alba grigia e pesante disvelò loro le rovine di una città morta. Un cartello rovesciato e arrugginito ne annunciava il nome, ormai illeggibile. Muri diroccati, tetti collassati e silenzio che incombeva su tutto.

«Tutto procede secondo il piano, queste rovine sono qui, sulla mappa.» Voran mostrò agli altri il cartiglio. «Ora ci riposeremo dentro qualche rudere. Questo mi sembra perfetto» continuò, entrando in una casa in parte integra.

«Speriamo che predoni e segugi non ci scovino» mormorò Mayt mentre si sfilava lo zaino.

«Non credo ci abbiano seguito, di noi non importa a nessuno. Siamo sostituibili. Temo più i predoni» disse Neis, sdraiandosi con la testa sulla sua borsa.

«Beh, abbiamo rubato le pilloline al posto di lavoro. Magari per questo possono cercarci» commentò Mayt.

«Poco probabile. Ma un po’ di rischio è connesso all’avventura» disse Voran arrotolandosi una sigaretta.

«Raccontaci ancora come hai trovato la mappa e cosa c’è scritto sul libro che ci hai trovato insieme» domandò Nais, sistemandosi su un fianco.

Voran accese la sigaretta ed espirò il fumo, seguendone lo sguardo come a cercare i ricordi di quel giorno.

«Ero al mercato delle pulci della domenica. Una vecchia mercante da cui avevo già preso degli oggetti mi mostrò la scatola, dicendomi che l’aveva trovata tra le sue mercanzie nel magazzino, non sapeva neppure di averla. “Dentro c’è qualcosa, ma non riesco a d aprirla. Se la vuoi, te la offro in cambio di dieci pilloline di Meth.” Ero sul punto di rifiutare, dieci pillole era più della mia dotazione settimanale, ma quella scatola sembrava chiamarmi, essere lì per me. Feci una pazzia e la presi. A casa l’aprii facilmente e dentro c’erano questa mappa e il libro dalle pagine vuote. Tutte tranne la prima, che diceva: “La spada  di cristallo abbatterà il potere, donerà la libertà ai popoli, per un futuro più equo e più giusto, e l’umanità troverà finalmente pace, salute e prosperità. Segui la mappa.” Dalle mie ricognizioni, la mappa risulta esatta.» Voran si accorse che i due già dormivano, sorrise, spense la cicca e si sdraiò.

 Quando si svegliarono era buio.

«Bene, assumiamo le nostre dosi di Meth e rimettiamoci in marcia» ordinò Voran. «La strada per la felicità è ancora lunga!» Neis e Mayt presero le pasticche dalle loro borse e bevvero dalle borracce.

«Io prendo anche un po’ di vitamine» disse Neit.

«Attenta a non finirle, non sai quanto a lungo ancora dovremo camminare» le fece presente Mayt.

«Facendo due calcoli credo una decina di giorni» puntualizzò Voran.

Il gruppetto si mise in marcia.

 

*

 

Il tramonto rosseggiava alla loro destra mentre camminavano in una landa desolata.

Solo terra brulla e rocce. Voran arrancava, seguito da Neis e Mayt, barcollanti. La gola era secca e le scorte erano quasi terminate. Le borracce non producevano che poca acqua dalla scarsa umidità notturna.

«Ho perso la cognizione del tempo» disse Mayt con voce spezzata.

«Voran… che giorno è? Dove siamo?» sussurrò Neis, col fiato corto.

«Non lo so, ma non dobbiamo arrenderci. Non adesso, dopo tutta la strada che abbiamo percorso. Dobbiamo avere la nostra meta fissa qui, nella nostra mente, e crederci con tutto il cuore» rispose Voran.

Mayt si fermò di colpo.

«Voran, non so perché ho deciso di seguirti. Sì, non ne potevo più della mia pur breve vita, ma non è plausibile che esista un luogo con una spada di cristallo che ci libererà dai nostri tormenti solo perché hai trovato un vecchio libro scolorito con una mappa al mercatino delle pulci.»

«Siamo stati dei folli. Mi sembrava quasi un gioco quando ho accettato. Abbiamo avuto subito i nostri dubbi, ma vuoi la disperazione, vuoi il desiderio di qualcosa di bello anche per me, finalmente, dopo 40 anni di stenti, e mi sono lasciata trascinare. Non avrei mai creduto di morire qui, in mezzo al nulla» disse Nais, sedendosi al suolo guardando il sole che spariva all’orizzonte. Mayt si sedette accanto a lei.

«Meglio morire qui che dentro un macchinario merdoso, comunque. Mi dispiace solo per mio padre.»

«Ma cosa dite? Guardate, guardate la mappa… laggiù a ovest si intravedono delle alture. L’antro si troverà lì di sicuro!» si agitò Voran.

«Signori, è stato un piacere. Addio.» Nais si sdraiò e chiuse gli occhi, imitata da Mayt, coi piedi rivolti verso il sole morente.

Voran provò a convincerli ad alzarsi, ma i due restarono immobili a guardare il cielo che iniziava a riempirsi di stelle. Poi si sedette con le spalle rivolte a loro due, si preparò un’ultima sigaretta, la fumò con lentezza e  si sdraiò con la testa tra quella degli amici.

Le stelle smisero di brillare e tutto diventò nero.

 

Un lucore azzurrino iniziò a farsi largo tra le tenebre. Voran aprì gli occhi e venne abbagliato da una luce fredda che lo costrinse a coprirsi gli occhi con un braccio. Si tirò su e pian piano cercò di adattare la vista. Nais e Mayt erano nella sua stessa situazione. Si guardarono intorno e si resero conto di trovarsi in una piccola grotta dalle pareti di scintillante cristallo dalle sfumature celestine. Provarono a parlare ma non riuscirono ad emettere suoni.

Un movimento attirò la loro attenzione e si volsero da quella parte.

Una donna dalla pelle nivea, i capelli fili lucenti e la veste cristallina, li osservava sorridendo. Anche i suoi occhi erano del color del ghiaccio.

 «Benvenuti nell’antro delle spade di cristallo. Io sono la Custode, il mio nome è Kessha. Vi starete chiedendo se siete vivi o morti, se state sognando e perché non riuscite a parlare. Siete vivi, ma in un’altra dimensione e in questa grotta la voce umana non è ammessa, perché rende impuri i cristalli. Voi potete stare solo pochi minuti. Alzatevi e scegliete la vostra spada. Una per ognuno.» I tre si guardarono intorno sbigottiti. In alcune nicchie scintillavano delle spade. Voran si lasciò scegliere da una di esse, proprio com’era stato per la scatola con la mappa e il libro. Nais e Mayt lo imitarono.

«Questa non è una spada come le altre. È la vostra spada. Con essa la vostra mente sarà lucida, la mano salda, la volontà adamantina.  Toccherete le menti e i cuori dei vostri amici e compagni e quelli dei vostri nemici, fino ad ottenere la pace che le vostre anime anelano . No, non combatterete con queste spade, almeno non nel modo che voi pensate: mai esse verseranno sangue.  Qualora l’avversario avesse un cuore troppo nero, potrete trafiggerlo, ma solo per renderlo di nuovo pulsante e vivo.»

Le lacrime che scesero dagli occhi di Voran, Mayt e Nais divennero piccoli diamanti.

«Raccoglieteli pure, vi serviranno per condurre la vostra battaglia per la liberazione. Addio!»

Kessha fece alcuni passi indietro, fino a scomparire dentro le pareti cristalline, diventandone tutt’uno.

I tre guardarono ancora sbigottiti le spade. Queste presero a rilucere di una luce bianca e calda e sparirono dentro il loro corpo. Prima che potessero battere ciglia, fu di nuovo buio attorno a loro.

 Si destarono ancora una volta insieme, in un ambiente a loro familiare.

«Siamo... nel dormitorio della fabbrica!» disse Mayt.

«Già.. ho fatto un sogno bellissimo, c’eravate anche voi» fece Nais.

«Anch’io. Eravamo partiti per una ricerca assurda, una spada che avrebbe cambiato le sorti del mondo…»

«Non è possibile, lo stesso sogno!»

«Compagni, guardate nelle tasche!» li interruppe Voran. Dalla giacca estrasse una manciata di gemme lucenti. I due lo imitarono, sbalorditi. All’unisono una luce intensa vibrò dentro i loro petti.

«Ma allora… è successo davvero!» esclamò Nais. Mayt non riusciva a parlare dall’emozione che gli accarezzava la gola, stimolando le lacrime.

«Queste sono le spade dentro di noi…» commentò Voran. «Amici» concluse, «oggi inizia un’era nuova. Abbiamo una missione. Iniziamo a combattere!»

 

 FINE


Carissimi, questo racconto ha partecipato al concorso "Lo scrigno dei racconti", organizzato da Universo Fantasy, CSU, Nova editoria e Runa editore, ma non ha vinto; ho deciso quindi di donarvelo e renderlo fruibile gratuitamente.

Lasciate pure impressioni e commenti sotto al post!



Se per caso voleste donarmi anche un solo caffè, c'è il tasto donazioni in alto a dx!

 

martedì 14 aprile 2020


RACCONTO 

OUR FAREWELL di ALESSIO DEL DEBBIO


I racconti gratis di IUF
Decameron edition #5

La serie di racconti free prosegue con Alessio Del Debbio, che ci offre Our farewell, urban fantasy legato alla sua produzione letteraria ma leggibile autonomamente.



OUR FAREWELL


Alessio Del Debbio


Ley si tuffò nell’acqua appena in tempo, ma i suoi fratelli non furono altrettanto veloci. Li sentì urlare e invocare l’aiuto del Signore dei Mari, poi i loro corpi sprofondarono nelle praterie di posidonia che circondavano l’isola, trafitti dalle frecce infuocate degli invasori. Ley nuotò tra le piante imbrattate di sangue, afferrò la mano del compagno più vicino e gli chiuse gli occhi sbarrati dal terrore, e forse dalla consapevolezza di essere rimasti soli. Capiva quel sentimento, ribolliva dentro di lei da quando l’attacco era iniziato e nessuno era giunto in loro soccorso.
Scilla e Cariddi avevano affondato decine di navi nemiche, ma quando avevano compreso che Poseidone non sarebbe intervenuto, erano scomparsi tra i flutti, assieme alle misere speranze di vittoria degli Oceanini.
«Questa non è la nostra guerra». Si erano giustificati così, tornando alla loro terra natia, senza capire che quella guerra riguardava tutto il popolo dei mari, non soltanto coloro che dimoravano sulla Tirrenide.
Un tonfo improvviso rubò Ley a tristi pensieri, un altro corpo si inabissò accanto a lei. Non si voltò, per non vedere chi altro aveva perduto. Lasciò la mano del fratello e lo affidò alla pace delle correnti, poi si decise a reagire. Scese in profondità, dove le frecce dei terrestri non potevano arrivare, e radunò tutti gli Oceanini che incontrò. Nascosti negli anfratti rocciosi sotto l’isola o dietro mucchi di sabbia, attendevano impauriti che quella follia avesse fine, ma sperare non sarebbe bastato. Non quella volta.
L’aveva visto, nello sguardo deciso dell’Imperatore degli uomini, ritto sulla prua della nave ammiraglia, e in quello terrorizzato di sua madre, consapevole di aver fallito. Quella non era una spedizione come le altre, una delle tante schermaglie che avevano opposto i due popoli del Mare di Mezzo negli ultimi mille anni. Quella era una guerra di conquista e sarebbe terminata soltanto con la distruzione dell’altro.
«Ascoltatemi, fratelli! So che siete impauriti, tutti lo siamo, ma il nostro popolo ha bisogno di noi» disse, sperando di far leva sul senso di comunità degli Oceanini. «Aiutatemi, cacciamo l’invasore dalla nostra terra! Possiamo ribaltare le sorti del conflitto».
«No, non possiamo» le rispose un anziano Oceanino.
«Ma sì, Tritone. Attacchiamo la nave dell’Imperatore! Possiamo farlo prigioniero».
«Sei giovane e sciocca, Ley, come tua madre che credeva possibile una pace con i terrestri. E oggi tutti paghiamo il prezzo della sua ingenuità».
«Hai proposte migliori?»
«Migliori? Qualunque anfratto è meglio che andare a morire fuori dall’acqua».
«Ma la Tirrenide è la nostra casa!»
«Rinuncia, giovane Ley. Il nostro tempo è scaduto. L’Atlantide che rifondammo ormai sprofonda nell’oblio, assieme ai nostri sogni di pace». Tritone non disse altro e scomparve nell’oscurità degli abissi assieme agli altri Oceanini.
Ley sospirò di fronte alla diaspora del suo popolo, ben lontani i giorni in cui imperavano per tutto il Mare di Mezzo, incutendo timore ai naviganti. Era seduta proprio tra le braccia di Tritone, su uno scoglio rivolto a oriente, quando aveva visto una nave dei terrestri per la prima volta. Fendeva le acque attorno alla Tirrenide, incurante dei canti ammaliatori delle sue sorelle. A Ley era sembrata un drago sorto dalle acque, lo stesso mostro che adornava le maestose tele gialle dell’imbarcazione. Il suo mentore l’aveva definito il simbolo della casa di Svevia, quella che adesso guidava molti regni degli uomini. Ley non aveva capito granché dei loro costumi, ma quel marchio le era rimasto in mente e poche ore prima l’aveva visto sventolare di nuovo. Sulle bandiere delle navi, sulla pelle corazzata dei soldati, sul mantello dell’Imperatore degli uomini.
Strinse le mani a pugno e prese a nuotare verso l’alto, spinta dalla rabbia. La vedeva bene, proprio sopra di sé, la barchetta su cui i terrestri erano ritti a scagliare le loro frecce di fuoco. Forse Tritone aveva ragione, non poteva mutare le sorti della guerra, ma quella maledetta cassa di legno l’avrebbe ribaltata, poi si sarebbe divertita con i corpi dei malcapitati che le sarebbero caduti tra le braccia. Un ultimo colpo di pinne e se la trovò sulla testa, a chiuderle lo spazio, a impedirle di vedere il cielo. Sollevò le braccia e prese a spingerla, ma era troppo pesante e riuscì soltanto a smuoverla un po’.
Voci concitate la distrassero, lunghe aste di metallo dilaniarono l’acqua attorno, di certo impugnate dai pavidi che ne temevano i segreti. Oh, quanto avrebbe voluto che Cariddi fosse al suo fianco, così li avrebbe fatti ballare con il suo vortice. Lei invece di forza non ne aveva, poté solo schiacciarsi contro il fondo della barca, per schivare gli affondi, ma una lama la raggiunse a un braccio, strappandole un grido. Perse la presa e scivolò in profondità, lasciandosi dietro una scia di sangue azzurrognolo. L’arto le doleva e temeva che presto l’avrebbe perso.
Sapeva come combattevano i terrestri, con il fuoco e col veleno, con l’inganno e la tortura. Aveva visto i corpi mutilati delle sirene sue sorelle, le ali strappate via, come se le bestie di Scilla c’avessero giocato. Troppi cadaveri aveva ritrovato sulle coste sabbiose o nelle lagune in cui si era spinta assieme ai fratelli, incuriositi, persino attratti, dalla strana razza che viveva sulla terraferma. Forse Tritone aveva ragione, forse la pace era un’utopia, eppure sua madre ci aveva creduto e si era battuta per dare un futuro agli Oceanini. Cosa era rimasto dei suoi insegnamenti?
Quando ritenne di essersi allontanata a sufficienza, iniziò a salire, sforzandosi di rimanere lucida. Si ritrovò dietro la carcassa di una nave abbandonata, l’acqua che stava riempiendo le falle, la corrente che portava via i corpi dei caduti. Terrestri e marini. Umani e Oceanini. Ecco cosa sarebbe rimasto del loro mondo. Tutt’attorno risuonavano le grida dell’invasore, mentre la Tirrenide si spaccava, distrutta dalle fiamme e dalla paura della diversità. Non era per tale motivo che l’Imperatore degli uomini aveva riunito quella grande armata? Per combattere ciò che non comprendevano?
Uno scricchiolio la raggiunse. Un riflesso scintillò sull’acqua. Si voltò e vide un soldato che si teneva al corrimano, l’altra mano stretta a una lancia dalla punta insanguinata. La sollevò e fece per tirargliela, quando un’agile figura balzò fuori dal mare e lo atterrò. Ruzzolarono sul ponte, con lui che scalciava e tentava di agguantarla e lei che lesta guizzava via.
«Madre!» gridò Ley.
«Fuggi, piccola mia!»
«Vieni con me!»
La signora degli Oceanini sorrise, poi affondò i denti nel collo del soldato, facendolo stramazzare sul ponte. A fatica raggiunse la figlia, notando subito la ferita al braccio.
«Sei infetta. Dobbiamo estrarre il veleno. Chissà quali erbe venefiche avranno usato. Con una mano gli uomini ci proponevano un trattato di pace, con l’altra già impugnavano le armi».
«Non c’è tempo, madre. Dobbiamo andare, trovare un riparo».
«Lo faremo. Starai bene, te lo prometto» annuì lei, afferrandole il braccio. Lo avvicinò alla bocca e prese a succhiar via il veleno.
«Madre, che fai? No, smettila. È pericoloso». Ma per quanto provasse, Ley non riuscì a divincolarsi, finché sua madre non la lasciò libera.
«Ecco… ora sei salva» mormorò. In quella, una punta di lancia le spuntò dal petto, ferendo anche Ley e spingendola indietro. Alle sue spalle il soldato si accasciò sulla nave che sprofondava.
«Madre!»
«Va’, piccola mia! Trova un posto dove ricominciare. Un posto da chiamare casa».
Ley esitò, incapace di abbandonarla, ma l’altra la spinse via, lasciando che il riflusso delle correnti la trascinasse negli abissi. Allora nuotò, tra le rovine del mondo, tra le fiamme che non avrebbero mondato tutto quell’orrore. Lasciò il mare e risalì un fiume, si perse nei suoi affluenti, ristagnò in un lago, poi riprese ad avanzare senza meta, sorretta soltanto dalla volontà di rispettare la promessa. Nuotò finché ebbe forze, poi si abbandonò alle correnti.

Al risveglio, giaceva su una spiaggia rocciosa, il corpo ferito e sanguinante. Attorno a lei una bruma avvolgeva il mondo, simile a quella che al mattino solleticava i campi di posidonia attorno all’isola natia, ma le bastarono i suoni e gli odori per capire che era nel regno degli uomini, la Tirrenide ormai un ricordo lontano. Levò lo sguardo e là, in alto, vide una rupe stagliarsi fino a sfidare il sole. Si arrampicò sulla parete di roccia, cadendo e riprovando, finché non la raggiunse e poté ammirare la gola del fiume in cui si trovava. La terra in cui sarebbe stata prigioniera a vita.
Sospirò e pianse, poi pensò che sua madre non avrebbe voluto vederla così. Era l’ultima degli Oceanini e la sua voce non doveva scomparire. L’avrebbe conservata, per cantare la sua rabbia e il suo dolore, ne avrebbe fatto un’arma e un giorno avrebbe avuto la sua vendetta. Un giorno i terrestri avrebbero conosciuto il canto di Lorelei, la signora del Reno.




Alessio Del Debbio 


Viareggino, appassionato di fantastico, ha frequentato i corsi di scrittura di Mirko Tondi, scrittore e giornalista toscano. Numerosi suoi racconti sono usciti in riviste (come Con.tempo e StreetBook Magazine) e in antologie (come I mondi del fantasy, di Limana Umanìta, Racconti Toscani, di Historica Edizioni, Sognando, di Panesi Edizioni).
I suoi ultimi libri sono la saga urban fantasy contemporanea Ulfhednar War - La guerra dei lupi (Edizioni Il Ciliegio, 2017), I Figli di Cardea (Edizioni il Ciliegio, 2018), l'urban fantasy Berserkr (Dark Zone Edizioni, 2017) e le antologie di racconti "L'ora del diavolo" e "Quando Betta filava" (NPS Edizioni).
Cura il blog "I mondi fantastici" che promuove scrittori emergenti di letteratura fantastica italiana. 
Dall'estate 2015 organizza la rassegna "Un libro al tramonto" - Aperitivi letterari a Viareggio, per far conoscere autori toscani.
La sua pagina Facebook "I mondi fantastici".




 Tra pochi giorni un altro racconto, stay tuned! 😉






lunedì 13 aprile 2020


LA PRIMA FIERA VIRTUALE DEL LIBRO FANTASY

Su Facebook domenica 19 aprile la kermesse online organizzata dal Collettivo Scrittori Uniti 



Avete ben compreso, cari lettori: domenica 19 aprile per tutta la giornata nell' EVENTO FACEBOOK sarà possibile scoprire tenti romanzi a prezzo eccezionalmente scontatissimo, autori italiani del fantastico, assistere a reading, partecipare a giochi e vincere qualche simpatico gadget, proprio come a una fiera reale, anzi di più, e comodamente da casa vostra!



L'evento è stato realizzato dal Collettivo Scrittori Uniti, presieduto da Claudio Secci, e si avvale della collaborazione di un'esperta quale Stefania Sottile, organizzatrice di numerosi eventi e fiere del settore e presidente dell'associazione culturale Universo Fantasy.

Gli autori partecipanti, in ordine alfabetico: 


  • Valentina Bellettini
  • Barbara Caprio
  • Fabrizio Corselli
  • Pierluigi Cuccitto
  • Alessandro Del Gaudio
  • A.V. Enelyn
  • Alessia Francone
  • Ilaria Galanti
  • Sabrina Guaragno
  • Mariarosaria Guarino
  • Greta Guerrieri
  • Ledra
  • Alessandra Leonardi
  • Loriana Lucciarini
  • Simona Mastrangeli
  • Elvira Mastrangelo
  • Emanuela Navone
  • Marco Palumbo
  • MJ Red
  • Vincenzo Romano
  • Laura Scaramozzino
  • Monica Serra
  • Mala Spina
  • Maddalena Tiblissi
  • Gianluca Villano




Come si partecipa alla fiera virtuale del libro fantasy?

Semplicemente cliccando su "partecipa" all'evento Facebook, collegarsi domenica 19 aprile, seguire le dirette, godersi i video degli autori magari sorseggiando un drink oppure mangiando un po' di colomba avanzata, lasciarsi coinvolgere dalle storie e scrivere sotto il post dell'autore prescelto che si desidera acquistare il romanzo, ricordiamo che sarà scontatissimo per l'occasione ed autografato con dedica personalizzata.
Appena possibile, l'autore ve lo spedirà direttamente a casa, previo contatto in pvt.

Non perdetevi questa fantastica occasione, e invitate tutti i vostri amici appassionati di fantasy!





giovedì 9 aprile 2020


RACCONTO

L'ARKA TOWER di ALESSANDRO DEL GAUDIO




I RACCONTI FREE DI IUF-
DECAMERON EDITION #4


Cari lettori, proseguiamo a farvi compagnia con i racconti offerti da alcuni scrittori. L'Arka Tower di Alessandro Del Gaudio è un inedito urban fantasy per bambini e ragazzi e fa parte della raccolta "Occhi color meraviglia". 

L’Arka Tower


 Per Doraura quella città era sempre stata magica e lei era convinta di non sbagliarsi. Abitava in un grattacielo costruito nessuno sapeva dire con precisione quando, alto più di cento metri, un edificio di 35 piani che svettava verso l’alto, culminando sulla punta con la statua di una donna bellissima, che i bambini avevano ribattezzato Dea Natura. La ragione era semplice: quel palazzo si chiamava Arka Tower e ad ogni piano presentava, ripetuto ai quattro angoli, un animale di pietra. Al primo piano, ad esempio, c’erano gli ippocampi, al secondo i coccodrilli, al terzo i babbuini e così via, fino al trentacinquesimo, con i suoi quattro orsi. Doraura abitava al ventesimo piano e, guardando oltre il vetro di straforo, poteva scorgere un bellissimo pellicano grande all’incirca quanto lei. A lei sembrava bellissimo, anche se doveva ammettere che aveva un aspetto alquanto buffo. Sotto il suo grande becco sembrava sorridere, fissando dall’altezza di sessanta metri i quartieri meridionali della città. Forse c’era qualcosa che lo divertiva, qualcosa che vedeva solo lui, che ai comuni mortali non era dato sapere. Essendo a più di metà strada tra il primo piano e l’ultimo, tra gli ippocampi e gli orsi, doveva essere un animale molto nobile – pensava, perché più un animale si avvicinava alla Dea Natura e più era importante. I quattro orsi del piano 35, per intenderci, dovevano essere i servitori personali della Dea, anche se Doraura non riusciva a comprendere cosa ci trovasse una donna così regale in quattro animali che mancavano così palesemente di grazia. Ma se lei aveva scelto gli orsi per servirla, una ragione doveva pur esserci.
 Doraura amava stare là, era una ragazza piena di fantasia e spesso vagava con l’immaginazione oltre la finestra, pensava a quante cose stavano succedendo nella sua grande città nell’istante in cui lei guardava, quante avventure si consumavano nelle sue strade e tra la gente. Sicuramente in quel posto dovevano abitare maghi e fate, cavalieri e amazzoni, creature straordinarie e semidivinità, tutti camuffati da comuni esseri umani per non farsi riconoscere. Era troppo piccola per passare molto tempo fuori; avesse potuto girare un po’ più liberamente, era certa che sarebbe riuscita a scoprire il segreto di ogni abitante della città, a violare la sua natura nascosta sotto le sembianze umane.
 Ogni tanto la madre la sorprendeva in camera a parlare con il pellicano, e sembrava preoccupata da quel suo comportamento. A volte la sgridava quando la vedeva, perché così si distraeva dal fare i compiti, ma Doraura pensava che  alla madre non piacesse quell’animale di pietra, che avrebbe preferito vederla parlare con un cerbiatto, o con un pavone, un cigno, un delfino. Un pellicano doveva essere troppo stupido per parlare con la figlia di una donna importante quale era sua madre.
 Allora Doraura aveva smesso di parlargli, quando sapeva che sua madre era in casa; aspettava di farlo nei momenti – frequenti – in cui lei era fuori per lavoro e la lasciava alle cure della governante.
 “Sai che oggi ho preso otto nel compito di aritmetica, Pel?”
 Pel era il nome che Doraura aveva dato all’uccello di pietra.
 “Sorridi perché sei contento del mio voto o perché hai visto qualcos’altro di divertente, dal tuo osservatorio?”
 Poi restava a pensarci sopra: visto che tutte le volte che gli poneva una domanda il pellicano non le rispondeva mai, presto o tardi rinunciava a continuare a parlargli e tornava a occuparsi di quello che stava facendo. Ma non gli faceva mai mancare la sua stima, perché doveva essere un animale molto coraggioso per non abbandonare mai la sua postazione, e molto forte per non stancarsi mai di mantenere la solita posizione. Immaginava come doveva sentirsi Pel quando nevicava e il cornicione diventava scivoloso, eppure lui non cadeva mai; e cosa avrebbe fatto lei se un temporale estivo l’avesse sorpresa e infradiciata d’acqua? Certo, avesse avuto le ali di Pel, sarebbe volata a cercare riparo per proteggersi dalla pioggia e dai fulmini. Invece lui resisteva come un vero guerriero, senza mai perdere il sorriso.
 “Un giorno salverai il mondo, Pel, e vedrai che la buona Dea Natura ti promuoverà al rango di suo servitore personale. Certo sarò un po’ triste quel giorno, perché finirai al trentacinquesimo piano e non potrò più godere della tua compagnia, però sarò anche felice perché potrò raccontare a tutti di aver conosciuto di persona il servitore più coraggioso della Dea Natura, potrò dire che eravamo grandi amici. E allora anche mia madre smetterà di trovarti ridicolo, anzi penserà che sei il più bello degli animali che vivono in questo palazzo”.

Poi un giorno pieno di sole, un giorno in cui niente lasciava presagire potesse succedere qualcosa di brutto, la terra cominciò a tremare. Dapprima si udì un fragore, poi seguì la prima scossa. Doraura era a casa, nella sua camera, e stava disegnando un bel prato fiorito con tanti bambini che giocavano a rincorrersi. Inizialmente pensò stesse per mettersi a piovere, ma il cielo era sgombro da nuvole e quello non poteva essere stato un tuono dovuto a un temporale. Stupita si alzò dalla sedia e in un attimo si ritrovò a terra. Vide la stanza come vorticarle attorno, i mobili sbattere contro le pareti come se avessero preso vita, il lampadario oscillare spaventosamente e comprese, sgomenta, che c’era il terremoto.
 L’Arka sussultava tutta, da quell’altezza era impossibile non avvertire in modo ancora più evidente il sisma, i vetri delle finestre che si crepavano, i quadri e le fotografie che cadevano a terra in un presagio apocalittico, il pavimento che sembrava scosso dai pugni di un titano.
 Doraura non riusciva a muoversi, sapeva che doveva mettersi in salvo, ma il terrore l’aveva completamente paralizzata e in cuor suo sperava solo che tutto finisse presto, senza chiedersi come. Si raggomitolò su se stessa e cominciò a urlare, poi a recitare tutte le preghiere che aveva imparato fino a quel giorno.
 Il vetro continuò a incrinarsi, una linea biforcuta attraversò interamente la sua superficie, poi seguì un’esplosione di frammenti cristallini.
 “Pel…”
 Doraura sentì una fitta alla testa e il buio la ingoiò.

 Pensò che avrebbe vagato nelle tenebre per sempre, invece la bambina si sentì scuotere e con la stessa fatica con cui un culturista solleva un peso di più di cento chili, i suoi occhi si aprirono. L’accolse una luce sfuocata, poi un’immagine cominciò a prendere forma nel suo spazio visivo e apparve il volto caro della madre in lacrime.
 “È salva”, disse a fatica, la voce rotta dall’emozione.
 La donna abbracciò sua figlia e la strinse forte per alcuni, intensi secondi.
 “Cosa è successo?”, domandò la bambina.
 “C’è stato un bruttissimo terremoto, piccola mia. Ha colpito la città e la regione circostante”.
 “E la nostra casa?”
 “Ha resistito, bambina mia. La torre non è caduta”.
 Merito della Dea Natura, pensò Doraura.
 Le sue mani grassocce toccarono la fresca superficie di un lenzuolo bianco, così Doraura comprese di essere sdraiata in un letto. Attorno non c’era solo la mamma ma molta gente, persone con il camice bianco e alcune facce che riconobbe, tra cui quella della loro governante. Si sentiva molto stanca, ma era circondata dall’affetto di tutti e questo le regalò un riposo più tranquillo.

 L’Arka Tower era rimasta in piedi, ma non senza aver subito danni evidenti. Alcune statue erano cadute, persino quella della Dea Natura posta sulla cima restava appesa solo per un angolo del basamento, e i vigili del fuoco stavano intervenendo per rimetterla in piedi. Anche Pel non era più al suo posto, ma Doraura era certa che stesse bene e che sarebbe tornato a farle compagnia. L’aveva visto entrare dalla finestra subito dopo che il vetro era esploso, non un uccello di pietra ma un bellissimo pellicano in carne e ossa, che l’aveva soccorsa e salvata. La mamma si ostinava a dire che era stata la loro governante a trarla in salvo, dopo essere riuscita ad uscire dalla stanza in cui era rimasta inizialmente bloccata, ma Doraura era certa che le cose non si erano svolte in quel modo.
 L’appartamento in cui vivevano era ridotto piuttosto male, c’erano calcinacci dappertutto e molti mobili si erano capovolti, ricoprendo il pavimento di frammenti di legno. Il loro contenuto era sparso ovunque, ci sarebbero voluti giorni, forse settimane solo per rimettere tutto a posto.
 Con la tristezza nel cuore, Doraura si rassegnò ad andare via con la madre. Sarebbero tornati nella loro casa solo quando ne sarebbe stata confermata l’agibilità, allora avrebbero potuto risistemare l’arredamento e ricominciare a viverci. Solo una lacrima scese a rigare la guancia della bambina quando lasciarono l’Arka Tower, poi, mano nella mano, lei e la mamma si allontanarono da quel posto.

 Passarono tre mesi interminabili, prima che potessero rimettere piede nella loro casa al ventesimo piano di quel grattacielo. Erano stati novanta giorni in cui Doraura non aveva mai smesso di pensare a quello che aveva lasciato e a quando avrebbe potuto ricominciare a vivere come prima. Tornare a scuola dopo quel disastro, mezza città distrutta dal terremoto, palazzi sventrati e strade inutilizzabili, alcuni compagni di classe che avevano dovuto trasferirsi per sempre in altri quartieri; era stato difficile riprendere a fare i compiti, giocare con gli amici, persino disegnare, la cosa che a Doraura piaceva più di tutte. Il comune aveva dato a lei e alla madre una casa distante da dove abitavano prima, ogni mattina per andare a scuola dovevano svegliarsi molto presto e prendere la macchina. Era tutto molto difficile, anche per una bambina come Doraura, abituata a stemperare il dolore con l’immaginazione.
 Il giorno del ritorno, quando vide l’Arka Tower completamente restaurata, quasi si mise a piangere. Avrebbero ripreso l’ascensore, sarebbero saliti al ventesimo piano e tutto sarebbe ricominciato come prima.
 Quando entrarono in casa tutto aveva un odore diverso, tanto che la bambina storse il naso.
 “Non preoccuparti, piccola, ci penserò io a restituire a questo posto il solito profumo. Per un po’ non andrò a lavorare e starò molto tempo con te”, disse la madre. Poi la prese per mano e l’accompagnò nella sua camera. Era inondata di sole come sempre, come se niente fosse successo dal giorno del terremoto, quando il cielo era altrettanto azzurro e il panorama nitido. Alcuni mobili erano nuovi, ma tutto sembrava aver recuperato il suo calore. La mamma accompagnò Doraura verso la finestra e, ancora prima che potesse parlare, la bambina fu colta da gioia e stupore immensi. Pel.
 “Visto, è tornato anche lui”, disse la mamma e la bambina questa volta non riuscì a trattenere le lacrime.
 “Mi ha salvato, sai mamma?”, disse Doraura, come se fosse la prima volta che le raccontava quella storia.
 La mamma sorrise e le stampò un bacio affettuoso sulla guancia.

 “Lo so, piccola. Lo so”.

Fine

Alessandro Del Gaudio è nato a Torino nel 1974. 

Ha pubblicato i romanzi: Il candore dei ciliegi (2001), Lungomare (2002), Le note di Nancy (2009), Aziza (2011), Metallo d’Ombra (2012), Lacrima d’Ombra (2014), Italoamericana (2016), Il tuo nome (2016), Aurora d’Inverno (2018) , Tenebra Lux (2018) e Anello D'Ombra (2019), ed il Foglio. È inoltre autore di un’antologia di racconti - Luna all’alba (2004) - e di due saggi: Identità segreta (2008) e Kyoko mon amour. Vent’anni di manga giovanili (2009). Ha curato due antologie di racconti fantastici: nel 2002 Aigam Magia e nel 2013 Tonirica.
Lavora in un importante museo nazionale e collabora con il circolo letterario Letture Corsare di Borgaro Torinese, di cui è giurato nel premio nazionale Racconti Corsari.
È inoltre bibliotecario presso la Biblioteca Delussu di Torino, nata per iniziativa dell’Associazione SanTourin, che cura progetti di cittadinanza attiva ed educativa di strada nel quartiere Borgo Vittoria.



Pagine personali su Facebook:

Alessandro Del Gaudio scrittore
L’Antro del Vespero – Il fantasy di Alessandro Del Gaudio



Prossimamente altri racconti, stay tuned!