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mercoledì 22 aprile 2020



 RACCONTO: ODYSSEA NELLO SPAZIO  
di ALESSANDRA LEONARDI



I RACCONTI FREE DI IUF 
DECAMERON EDITION #6

Cari lettori, il racconto gratis di oggi è un breve fantascientifico di Alessandra Leonardi (la sottoscritta!), ispirato all'Odissea omerica.
Buona lettura!




Il mare di velluto nero trapunto di stelle in cui navigo da anni, prima al comando della mia flotta e poi da solo su questa piccola navetta di salvataggio, continua a circondarmi in ogni direzione; ora però  vedo  la mia meta sul monitor.
Ho combattuto e vinto la guerra contro il pianeta Hylion, ma poi il fato ha voluto che m’imbattessi in ogni genere di disgrazia e di evento nefasto: a causa dei venti solari ci trovammo, io e la mia flotta, in un pianeta popolato da giganti  cannibali, per poi finire su un mondo dominato da un crudele mago, Kurkis, che volle tenermi come sua compagna.
Molti dei miei uomini morirono in questo tragitto; alcuni nell’attacco delle creature spaziali dette Syrene, che emettono un suono mortale, altri ancora ai Bastioni di Scyllacaryd, dove venimmo attaccati da mostruosi esseri dello spazio siderale.
Rimasta sola e con la flotta distrutta, venni rapita da Kalypson, solitario re di un pianeta grande come uno scoglio dai mari cristallini come la mia patria Hytaka, e rimasi con lui, certa di non rivedere mai più il mio sposo, Pelopon. Pensavo che non mi attendesse più ormai.
Ma la nostalgia di casa era troppo forte, il ritorno era il mio unico pensiero.
Fuggii con la mia vecchia e malmessa navetta e approdai sul pianeta Skyria, dove finalmente trovai il re Alcyon disposto a aiutarmi. Mi diede questa nuova navetta e impostò la mappa stellare su Hytaka.

Atterrai all’astroporto vicino alla capitale. Era tutto molto diverso. Nessuno sembrava riconoscermi, e io non identificavo nessuno.
«Sono Odyssea, la vostra regina» dissi.
Le guardie mi guardarono perplesse, poi risero.
«La regina Odyssea è dispersa nello spazio con tutta la sua flotta, dopo l’assedio a Hylion.»
«No, vi sbagliate: sono viva e sono tornata.»
«La guerra con Hylion è terminata centoventi anni fa. A quest’ora sarebbe morta. Chi sei, straniera?»

Compresi subito, mentre mi arrestavano, cos’era accaduto.
Girando e vagando nello spazio a velocità mutevoli e  notevoli, sono tornata su Hytaka in un tempo trascorso in maniera differente: se per me erano passati dieci anni, qui ne erano trascorsi centoventi.
Tutto ciò per cui ho lottato e per cui sono tornata ora è cenere: la mia reggia, il mio sposo, la mia città.
Non mi resta che fuggire di nuovo: con la mia astuzia ci riuscirò e continuerò a vagare nell’infinità dello spazio per l’eternità.


 Alessandra Leonardi





martedì 14 aprile 2020


RACCONTO 

OUR FAREWELL di ALESSIO DEL DEBBIO


I racconti gratis di IUF
Decameron edition #5

La serie di racconti free prosegue con Alessio Del Debbio, che ci offre Our farewell, urban fantasy legato alla sua produzione letteraria ma leggibile autonomamente.



OUR FAREWELL


Alessio Del Debbio


Ley si tuffò nell’acqua appena in tempo, ma i suoi fratelli non furono altrettanto veloci. Li sentì urlare e invocare l’aiuto del Signore dei Mari, poi i loro corpi sprofondarono nelle praterie di posidonia che circondavano l’isola, trafitti dalle frecce infuocate degli invasori. Ley nuotò tra le piante imbrattate di sangue, afferrò la mano del compagno più vicino e gli chiuse gli occhi sbarrati dal terrore, e forse dalla consapevolezza di essere rimasti soli. Capiva quel sentimento, ribolliva dentro di lei da quando l’attacco era iniziato e nessuno era giunto in loro soccorso.
Scilla e Cariddi avevano affondato decine di navi nemiche, ma quando avevano compreso che Poseidone non sarebbe intervenuto, erano scomparsi tra i flutti, assieme alle misere speranze di vittoria degli Oceanini.
«Questa non è la nostra guerra». Si erano giustificati così, tornando alla loro terra natia, senza capire che quella guerra riguardava tutto il popolo dei mari, non soltanto coloro che dimoravano sulla Tirrenide.
Un tonfo improvviso rubò Ley a tristi pensieri, un altro corpo si inabissò accanto a lei. Non si voltò, per non vedere chi altro aveva perduto. Lasciò la mano del fratello e lo affidò alla pace delle correnti, poi si decise a reagire. Scese in profondità, dove le frecce dei terrestri non potevano arrivare, e radunò tutti gli Oceanini che incontrò. Nascosti negli anfratti rocciosi sotto l’isola o dietro mucchi di sabbia, attendevano impauriti che quella follia avesse fine, ma sperare non sarebbe bastato. Non quella volta.
L’aveva visto, nello sguardo deciso dell’Imperatore degli uomini, ritto sulla prua della nave ammiraglia, e in quello terrorizzato di sua madre, consapevole di aver fallito. Quella non era una spedizione come le altre, una delle tante schermaglie che avevano opposto i due popoli del Mare di Mezzo negli ultimi mille anni. Quella era una guerra di conquista e sarebbe terminata soltanto con la distruzione dell’altro.
«Ascoltatemi, fratelli! So che siete impauriti, tutti lo siamo, ma il nostro popolo ha bisogno di noi» disse, sperando di far leva sul senso di comunità degli Oceanini. «Aiutatemi, cacciamo l’invasore dalla nostra terra! Possiamo ribaltare le sorti del conflitto».
«No, non possiamo» le rispose un anziano Oceanino.
«Ma sì, Tritone. Attacchiamo la nave dell’Imperatore! Possiamo farlo prigioniero».
«Sei giovane e sciocca, Ley, come tua madre che credeva possibile una pace con i terrestri. E oggi tutti paghiamo il prezzo della sua ingenuità».
«Hai proposte migliori?»
«Migliori? Qualunque anfratto è meglio che andare a morire fuori dall’acqua».
«Ma la Tirrenide è la nostra casa!»
«Rinuncia, giovane Ley. Il nostro tempo è scaduto. L’Atlantide che rifondammo ormai sprofonda nell’oblio, assieme ai nostri sogni di pace». Tritone non disse altro e scomparve nell’oscurità degli abissi assieme agli altri Oceanini.
Ley sospirò di fronte alla diaspora del suo popolo, ben lontani i giorni in cui imperavano per tutto il Mare di Mezzo, incutendo timore ai naviganti. Era seduta proprio tra le braccia di Tritone, su uno scoglio rivolto a oriente, quando aveva visto una nave dei terrestri per la prima volta. Fendeva le acque attorno alla Tirrenide, incurante dei canti ammaliatori delle sue sorelle. A Ley era sembrata un drago sorto dalle acque, lo stesso mostro che adornava le maestose tele gialle dell’imbarcazione. Il suo mentore l’aveva definito il simbolo della casa di Svevia, quella che adesso guidava molti regni degli uomini. Ley non aveva capito granché dei loro costumi, ma quel marchio le era rimasto in mente e poche ore prima l’aveva visto sventolare di nuovo. Sulle bandiere delle navi, sulla pelle corazzata dei soldati, sul mantello dell’Imperatore degli uomini.
Strinse le mani a pugno e prese a nuotare verso l’alto, spinta dalla rabbia. La vedeva bene, proprio sopra di sé, la barchetta su cui i terrestri erano ritti a scagliare le loro frecce di fuoco. Forse Tritone aveva ragione, non poteva mutare le sorti della guerra, ma quella maledetta cassa di legno l’avrebbe ribaltata, poi si sarebbe divertita con i corpi dei malcapitati che le sarebbero caduti tra le braccia. Un ultimo colpo di pinne e se la trovò sulla testa, a chiuderle lo spazio, a impedirle di vedere il cielo. Sollevò le braccia e prese a spingerla, ma era troppo pesante e riuscì soltanto a smuoverla un po’.
Voci concitate la distrassero, lunghe aste di metallo dilaniarono l’acqua attorno, di certo impugnate dai pavidi che ne temevano i segreti. Oh, quanto avrebbe voluto che Cariddi fosse al suo fianco, così li avrebbe fatti ballare con il suo vortice. Lei invece di forza non ne aveva, poté solo schiacciarsi contro il fondo della barca, per schivare gli affondi, ma una lama la raggiunse a un braccio, strappandole un grido. Perse la presa e scivolò in profondità, lasciandosi dietro una scia di sangue azzurrognolo. L’arto le doleva e temeva che presto l’avrebbe perso.
Sapeva come combattevano i terrestri, con il fuoco e col veleno, con l’inganno e la tortura. Aveva visto i corpi mutilati delle sirene sue sorelle, le ali strappate via, come se le bestie di Scilla c’avessero giocato. Troppi cadaveri aveva ritrovato sulle coste sabbiose o nelle lagune in cui si era spinta assieme ai fratelli, incuriositi, persino attratti, dalla strana razza che viveva sulla terraferma. Forse Tritone aveva ragione, forse la pace era un’utopia, eppure sua madre ci aveva creduto e si era battuta per dare un futuro agli Oceanini. Cosa era rimasto dei suoi insegnamenti?
Quando ritenne di essersi allontanata a sufficienza, iniziò a salire, sforzandosi di rimanere lucida. Si ritrovò dietro la carcassa di una nave abbandonata, l’acqua che stava riempiendo le falle, la corrente che portava via i corpi dei caduti. Terrestri e marini. Umani e Oceanini. Ecco cosa sarebbe rimasto del loro mondo. Tutt’attorno risuonavano le grida dell’invasore, mentre la Tirrenide si spaccava, distrutta dalle fiamme e dalla paura della diversità. Non era per tale motivo che l’Imperatore degli uomini aveva riunito quella grande armata? Per combattere ciò che non comprendevano?
Uno scricchiolio la raggiunse. Un riflesso scintillò sull’acqua. Si voltò e vide un soldato che si teneva al corrimano, l’altra mano stretta a una lancia dalla punta insanguinata. La sollevò e fece per tirargliela, quando un’agile figura balzò fuori dal mare e lo atterrò. Ruzzolarono sul ponte, con lui che scalciava e tentava di agguantarla e lei che lesta guizzava via.
«Madre!» gridò Ley.
«Fuggi, piccola mia!»
«Vieni con me!»
La signora degli Oceanini sorrise, poi affondò i denti nel collo del soldato, facendolo stramazzare sul ponte. A fatica raggiunse la figlia, notando subito la ferita al braccio.
«Sei infetta. Dobbiamo estrarre il veleno. Chissà quali erbe venefiche avranno usato. Con una mano gli uomini ci proponevano un trattato di pace, con l’altra già impugnavano le armi».
«Non c’è tempo, madre. Dobbiamo andare, trovare un riparo».
«Lo faremo. Starai bene, te lo prometto» annuì lei, afferrandole il braccio. Lo avvicinò alla bocca e prese a succhiar via il veleno.
«Madre, che fai? No, smettila. È pericoloso». Ma per quanto provasse, Ley non riuscì a divincolarsi, finché sua madre non la lasciò libera.
«Ecco… ora sei salva» mormorò. In quella, una punta di lancia le spuntò dal petto, ferendo anche Ley e spingendola indietro. Alle sue spalle il soldato si accasciò sulla nave che sprofondava.
«Madre!»
«Va’, piccola mia! Trova un posto dove ricominciare. Un posto da chiamare casa».
Ley esitò, incapace di abbandonarla, ma l’altra la spinse via, lasciando che il riflusso delle correnti la trascinasse negli abissi. Allora nuotò, tra le rovine del mondo, tra le fiamme che non avrebbero mondato tutto quell’orrore. Lasciò il mare e risalì un fiume, si perse nei suoi affluenti, ristagnò in un lago, poi riprese ad avanzare senza meta, sorretta soltanto dalla volontà di rispettare la promessa. Nuotò finché ebbe forze, poi si abbandonò alle correnti.

Al risveglio, giaceva su una spiaggia rocciosa, il corpo ferito e sanguinante. Attorno a lei una bruma avvolgeva il mondo, simile a quella che al mattino solleticava i campi di posidonia attorno all’isola natia, ma le bastarono i suoni e gli odori per capire che era nel regno degli uomini, la Tirrenide ormai un ricordo lontano. Levò lo sguardo e là, in alto, vide una rupe stagliarsi fino a sfidare il sole. Si arrampicò sulla parete di roccia, cadendo e riprovando, finché non la raggiunse e poté ammirare la gola del fiume in cui si trovava. La terra in cui sarebbe stata prigioniera a vita.
Sospirò e pianse, poi pensò che sua madre non avrebbe voluto vederla così. Era l’ultima degli Oceanini e la sua voce non doveva scomparire. L’avrebbe conservata, per cantare la sua rabbia e il suo dolore, ne avrebbe fatto un’arma e un giorno avrebbe avuto la sua vendetta. Un giorno i terrestri avrebbero conosciuto il canto di Lorelei, la signora del Reno.




Alessio Del Debbio 


Viareggino, appassionato di fantastico, ha frequentato i corsi di scrittura di Mirko Tondi, scrittore e giornalista toscano. Numerosi suoi racconti sono usciti in riviste (come Con.tempo e StreetBook Magazine) e in antologie (come I mondi del fantasy, di Limana Umanìta, Racconti Toscani, di Historica Edizioni, Sognando, di Panesi Edizioni).
I suoi ultimi libri sono la saga urban fantasy contemporanea Ulfhednar War - La guerra dei lupi (Edizioni Il Ciliegio, 2017), I Figli di Cardea (Edizioni il Ciliegio, 2018), l'urban fantasy Berserkr (Dark Zone Edizioni, 2017) e le antologie di racconti "L'ora del diavolo" e "Quando Betta filava" (NPS Edizioni).
Cura il blog "I mondi fantastici" che promuove scrittori emergenti di letteratura fantastica italiana. 
Dall'estate 2015 organizza la rassegna "Un libro al tramonto" - Aperitivi letterari a Viareggio, per far conoscere autori toscani.
La sua pagina Facebook "I mondi fantastici".




 Tra pochi giorni un altro racconto, stay tuned! 😉






giovedì 9 aprile 2020


RACCONTO

L'ARKA TOWER di ALESSANDRO DEL GAUDIO




I RACCONTI FREE DI IUF-
DECAMERON EDITION #4


Cari lettori, proseguiamo a farvi compagnia con i racconti offerti da alcuni scrittori. L'Arka Tower di Alessandro Del Gaudio è un inedito urban fantasy per bambini e ragazzi e fa parte della raccolta "Occhi color meraviglia". 

L’Arka Tower


 Per Doraura quella città era sempre stata magica e lei era convinta di non sbagliarsi. Abitava in un grattacielo costruito nessuno sapeva dire con precisione quando, alto più di cento metri, un edificio di 35 piani che svettava verso l’alto, culminando sulla punta con la statua di una donna bellissima, che i bambini avevano ribattezzato Dea Natura. La ragione era semplice: quel palazzo si chiamava Arka Tower e ad ogni piano presentava, ripetuto ai quattro angoli, un animale di pietra. Al primo piano, ad esempio, c’erano gli ippocampi, al secondo i coccodrilli, al terzo i babbuini e così via, fino al trentacinquesimo, con i suoi quattro orsi. Doraura abitava al ventesimo piano e, guardando oltre il vetro di straforo, poteva scorgere un bellissimo pellicano grande all’incirca quanto lei. A lei sembrava bellissimo, anche se doveva ammettere che aveva un aspetto alquanto buffo. Sotto il suo grande becco sembrava sorridere, fissando dall’altezza di sessanta metri i quartieri meridionali della città. Forse c’era qualcosa che lo divertiva, qualcosa che vedeva solo lui, che ai comuni mortali non era dato sapere. Essendo a più di metà strada tra il primo piano e l’ultimo, tra gli ippocampi e gli orsi, doveva essere un animale molto nobile – pensava, perché più un animale si avvicinava alla Dea Natura e più era importante. I quattro orsi del piano 35, per intenderci, dovevano essere i servitori personali della Dea, anche se Doraura non riusciva a comprendere cosa ci trovasse una donna così regale in quattro animali che mancavano così palesemente di grazia. Ma se lei aveva scelto gli orsi per servirla, una ragione doveva pur esserci.
 Doraura amava stare là, era una ragazza piena di fantasia e spesso vagava con l’immaginazione oltre la finestra, pensava a quante cose stavano succedendo nella sua grande città nell’istante in cui lei guardava, quante avventure si consumavano nelle sue strade e tra la gente. Sicuramente in quel posto dovevano abitare maghi e fate, cavalieri e amazzoni, creature straordinarie e semidivinità, tutti camuffati da comuni esseri umani per non farsi riconoscere. Era troppo piccola per passare molto tempo fuori; avesse potuto girare un po’ più liberamente, era certa che sarebbe riuscita a scoprire il segreto di ogni abitante della città, a violare la sua natura nascosta sotto le sembianze umane.
 Ogni tanto la madre la sorprendeva in camera a parlare con il pellicano, e sembrava preoccupata da quel suo comportamento. A volte la sgridava quando la vedeva, perché così si distraeva dal fare i compiti, ma Doraura pensava che  alla madre non piacesse quell’animale di pietra, che avrebbe preferito vederla parlare con un cerbiatto, o con un pavone, un cigno, un delfino. Un pellicano doveva essere troppo stupido per parlare con la figlia di una donna importante quale era sua madre.
 Allora Doraura aveva smesso di parlargli, quando sapeva che sua madre era in casa; aspettava di farlo nei momenti – frequenti – in cui lei era fuori per lavoro e la lasciava alle cure della governante.
 “Sai che oggi ho preso otto nel compito di aritmetica, Pel?”
 Pel era il nome che Doraura aveva dato all’uccello di pietra.
 “Sorridi perché sei contento del mio voto o perché hai visto qualcos’altro di divertente, dal tuo osservatorio?”
 Poi restava a pensarci sopra: visto che tutte le volte che gli poneva una domanda il pellicano non le rispondeva mai, presto o tardi rinunciava a continuare a parlargli e tornava a occuparsi di quello che stava facendo. Ma non gli faceva mai mancare la sua stima, perché doveva essere un animale molto coraggioso per non abbandonare mai la sua postazione, e molto forte per non stancarsi mai di mantenere la solita posizione. Immaginava come doveva sentirsi Pel quando nevicava e il cornicione diventava scivoloso, eppure lui non cadeva mai; e cosa avrebbe fatto lei se un temporale estivo l’avesse sorpresa e infradiciata d’acqua? Certo, avesse avuto le ali di Pel, sarebbe volata a cercare riparo per proteggersi dalla pioggia e dai fulmini. Invece lui resisteva come un vero guerriero, senza mai perdere il sorriso.
 “Un giorno salverai il mondo, Pel, e vedrai che la buona Dea Natura ti promuoverà al rango di suo servitore personale. Certo sarò un po’ triste quel giorno, perché finirai al trentacinquesimo piano e non potrò più godere della tua compagnia, però sarò anche felice perché potrò raccontare a tutti di aver conosciuto di persona il servitore più coraggioso della Dea Natura, potrò dire che eravamo grandi amici. E allora anche mia madre smetterà di trovarti ridicolo, anzi penserà che sei il più bello degli animali che vivono in questo palazzo”.

Poi un giorno pieno di sole, un giorno in cui niente lasciava presagire potesse succedere qualcosa di brutto, la terra cominciò a tremare. Dapprima si udì un fragore, poi seguì la prima scossa. Doraura era a casa, nella sua camera, e stava disegnando un bel prato fiorito con tanti bambini che giocavano a rincorrersi. Inizialmente pensò stesse per mettersi a piovere, ma il cielo era sgombro da nuvole e quello non poteva essere stato un tuono dovuto a un temporale. Stupita si alzò dalla sedia e in un attimo si ritrovò a terra. Vide la stanza come vorticarle attorno, i mobili sbattere contro le pareti come se avessero preso vita, il lampadario oscillare spaventosamente e comprese, sgomenta, che c’era il terremoto.
 L’Arka sussultava tutta, da quell’altezza era impossibile non avvertire in modo ancora più evidente il sisma, i vetri delle finestre che si crepavano, i quadri e le fotografie che cadevano a terra in un presagio apocalittico, il pavimento che sembrava scosso dai pugni di un titano.
 Doraura non riusciva a muoversi, sapeva che doveva mettersi in salvo, ma il terrore l’aveva completamente paralizzata e in cuor suo sperava solo che tutto finisse presto, senza chiedersi come. Si raggomitolò su se stessa e cominciò a urlare, poi a recitare tutte le preghiere che aveva imparato fino a quel giorno.
 Il vetro continuò a incrinarsi, una linea biforcuta attraversò interamente la sua superficie, poi seguì un’esplosione di frammenti cristallini.
 “Pel…”
 Doraura sentì una fitta alla testa e il buio la ingoiò.

 Pensò che avrebbe vagato nelle tenebre per sempre, invece la bambina si sentì scuotere e con la stessa fatica con cui un culturista solleva un peso di più di cento chili, i suoi occhi si aprirono. L’accolse una luce sfuocata, poi un’immagine cominciò a prendere forma nel suo spazio visivo e apparve il volto caro della madre in lacrime.
 “È salva”, disse a fatica, la voce rotta dall’emozione.
 La donna abbracciò sua figlia e la strinse forte per alcuni, intensi secondi.
 “Cosa è successo?”, domandò la bambina.
 “C’è stato un bruttissimo terremoto, piccola mia. Ha colpito la città e la regione circostante”.
 “E la nostra casa?”
 “Ha resistito, bambina mia. La torre non è caduta”.
 Merito della Dea Natura, pensò Doraura.
 Le sue mani grassocce toccarono la fresca superficie di un lenzuolo bianco, così Doraura comprese di essere sdraiata in un letto. Attorno non c’era solo la mamma ma molta gente, persone con il camice bianco e alcune facce che riconobbe, tra cui quella della loro governante. Si sentiva molto stanca, ma era circondata dall’affetto di tutti e questo le regalò un riposo più tranquillo.

 L’Arka Tower era rimasta in piedi, ma non senza aver subito danni evidenti. Alcune statue erano cadute, persino quella della Dea Natura posta sulla cima restava appesa solo per un angolo del basamento, e i vigili del fuoco stavano intervenendo per rimetterla in piedi. Anche Pel non era più al suo posto, ma Doraura era certa che stesse bene e che sarebbe tornato a farle compagnia. L’aveva visto entrare dalla finestra subito dopo che il vetro era esploso, non un uccello di pietra ma un bellissimo pellicano in carne e ossa, che l’aveva soccorsa e salvata. La mamma si ostinava a dire che era stata la loro governante a trarla in salvo, dopo essere riuscita ad uscire dalla stanza in cui era rimasta inizialmente bloccata, ma Doraura era certa che le cose non si erano svolte in quel modo.
 L’appartamento in cui vivevano era ridotto piuttosto male, c’erano calcinacci dappertutto e molti mobili si erano capovolti, ricoprendo il pavimento di frammenti di legno. Il loro contenuto era sparso ovunque, ci sarebbero voluti giorni, forse settimane solo per rimettere tutto a posto.
 Con la tristezza nel cuore, Doraura si rassegnò ad andare via con la madre. Sarebbero tornati nella loro casa solo quando ne sarebbe stata confermata l’agibilità, allora avrebbero potuto risistemare l’arredamento e ricominciare a viverci. Solo una lacrima scese a rigare la guancia della bambina quando lasciarono l’Arka Tower, poi, mano nella mano, lei e la mamma si allontanarono da quel posto.

 Passarono tre mesi interminabili, prima che potessero rimettere piede nella loro casa al ventesimo piano di quel grattacielo. Erano stati novanta giorni in cui Doraura non aveva mai smesso di pensare a quello che aveva lasciato e a quando avrebbe potuto ricominciare a vivere come prima. Tornare a scuola dopo quel disastro, mezza città distrutta dal terremoto, palazzi sventrati e strade inutilizzabili, alcuni compagni di classe che avevano dovuto trasferirsi per sempre in altri quartieri; era stato difficile riprendere a fare i compiti, giocare con gli amici, persino disegnare, la cosa che a Doraura piaceva più di tutte. Il comune aveva dato a lei e alla madre una casa distante da dove abitavano prima, ogni mattina per andare a scuola dovevano svegliarsi molto presto e prendere la macchina. Era tutto molto difficile, anche per una bambina come Doraura, abituata a stemperare il dolore con l’immaginazione.
 Il giorno del ritorno, quando vide l’Arka Tower completamente restaurata, quasi si mise a piangere. Avrebbero ripreso l’ascensore, sarebbero saliti al ventesimo piano e tutto sarebbe ricominciato come prima.
 Quando entrarono in casa tutto aveva un odore diverso, tanto che la bambina storse il naso.
 “Non preoccuparti, piccola, ci penserò io a restituire a questo posto il solito profumo. Per un po’ non andrò a lavorare e starò molto tempo con te”, disse la madre. Poi la prese per mano e l’accompagnò nella sua camera. Era inondata di sole come sempre, come se niente fosse successo dal giorno del terremoto, quando il cielo era altrettanto azzurro e il panorama nitido. Alcuni mobili erano nuovi, ma tutto sembrava aver recuperato il suo calore. La mamma accompagnò Doraura verso la finestra e, ancora prima che potesse parlare, la bambina fu colta da gioia e stupore immensi. Pel.
 “Visto, è tornato anche lui”, disse la mamma e la bambina questa volta non riuscì a trattenere le lacrime.
 “Mi ha salvato, sai mamma?”, disse Doraura, come se fosse la prima volta che le raccontava quella storia.
 La mamma sorrise e le stampò un bacio affettuoso sulla guancia.

 “Lo so, piccola. Lo so”.

Fine

Alessandro Del Gaudio è nato a Torino nel 1974. 

Ha pubblicato i romanzi: Il candore dei ciliegi (2001), Lungomare (2002), Le note di Nancy (2009), Aziza (2011), Metallo d’Ombra (2012), Lacrima d’Ombra (2014), Italoamericana (2016), Il tuo nome (2016), Aurora d’Inverno (2018) , Tenebra Lux (2018) e Anello D'Ombra (2019), ed il Foglio. È inoltre autore di un’antologia di racconti - Luna all’alba (2004) - e di due saggi: Identità segreta (2008) e Kyoko mon amour. Vent’anni di manga giovanili (2009). Ha curato due antologie di racconti fantastici: nel 2002 Aigam Magia e nel 2013 Tonirica.
Lavora in un importante museo nazionale e collabora con il circolo letterario Letture Corsare di Borgaro Torinese, di cui è giurato nel premio nazionale Racconti Corsari.
È inoltre bibliotecario presso la Biblioteca Delussu di Torino, nata per iniziativa dell’Associazione SanTourin, che cura progetti di cittadinanza attiva ed educativa di strada nel quartiere Borgo Vittoria.



Pagine personali su Facebook:

Alessandro Del Gaudio scrittore
L’Antro del Vespero – Il fantasy di Alessandro Del Gaudio



Prossimamente altri racconti, stay tuned!

domenica 5 aprile 2020


RACCONTO

STEAMFIELD PARK di MONICA SERRA
- parte 2






I racconti di IUF-
Decameron edition #3 parte 2
(Parte 1 qui)




Steamfield Park
Tribute to Jane Austen’s
Mansfield Park
(1814)

A steampunk novel by

Monica Serra

Fanny si sentiva ancora carica. L’entusiasmo con cui Tom aveva mostrato a lei e a Edmund la sua invenzione era stato contagioso. Il ciclottero, che secondo lui avrebbe dato nuova linfa agli affari dei Bertram, era una bizzarra combinazione di ottone, ruote e ingranaggi. Per dimostrare di cosa fosse capace, l’aveva fatta volare. Quando la macchina si era levata da terra, un brivido di curiosità aveva graffiato la schiena di Fanny. Ricordava la sensazione di soffocamento nel trattenere il respiro e il grido liberatorio che l’aveva sollevata da quell’oppressione quando il congegno, ruggendo, si era librato in volo dalla terrazza. Edmund, in piedi accanto a lei con le mani intrecciate dietro la schiena, non aveva pronunciato una parola.


Qualche giorno dopo, un valletto dei Crawford si presentò a Steamfield Park con una lettera per Fanny. Fu Edmund a ritirarla; divorato da un tormento al quale non riusciva a dare un nome, l’aprì.
Per un lungo istante fissò le parole vergate con l’elegante grafia di Henry Crawford, incapace di muoversi. Quel damerino senza ritegno, come osava? Sentì la rabbia montare dentro di sé, dapprima simile al sordo brontolio di un tuono in lontananza, poi sempre più rumorosa, come quando si finisce nel cuore della tempesta, e prese una decisione. Afferrò guanti e cappello e uscì come una furia, diretto alle scuderie.

Fanny tornava dalla passeggiata quotidiana con Lady Bertram nei boschi che circondavano la tenuta. Era un mattino azzurro e luminoso e si respirava già nell’aria un anticipo di primavera. La placida camminata nel profumo lieve delle viole fu interrotta dal cavaliere lanciato al galoppo lungo il viale che per poco non le travolse.
Edmund! Dove correva in quel modo, come se avesse un diavolo alle calcagna?
Rientrarono in fretta a casa, Fanny lasciò la zia, ancora scossa, ai piedi dello scalone e si diresse alla biblioteca. Il pezzo di carta abbandonato sul tavolino fu la prima cosa che notò. Via via che leggeva, un’ansia indicibile le dilagava dentro. Era un biglietto di Crawford e conteneva una scandalosa proposta di fuga. Ora la corsa sfrenata di Edmund assumeva un senso, e più rileggeva le poche righe, più si convinceva che suo cugino stesse per commettere una pazzia.
Percorse avanti e indietro la sala, torcendo la lettera tra le mani, nel tentativo inutile di escogitare qualcosa per fermarlo. Non aveva molto tempo e i pensieri fuggivano come animali impazziti davanti a un incendio senza che lei riuscisse ad afferrarli. L’unica cosa che le venne in mente fu la macchina volante di Tom. Ebbe un brivido di anticipazione all’idea del volo e si precipitò alla finestra.
Sulla terrazza, lucido e fumante, il marchingegno di Tom produceva un sordo ronzio, con l’elica che girava a vuoto, pronto a un nuovo collaudo. Suo cugino, intento a controllare gli ultimi dettagli con la testa china sul mucchio di progetti poggiati sulla balaustra di marmo, non si accorse di lei.
Fanny aprì l’alta vetrata, raccolse le gonne e corse attraverso la terrazza col cuore che saliva in gola, pompando adrenalina e battendo sordo nelle orecchie. Raggiunse il veicolo in uno svolazzo di crinoline. Salì la scaletta e fu a bordo, mentre l’elica ruotava e i congegni producevano un ritmico ticchettio che coprirono i suoi passi. Tirò a sé il portellone metallico e balzò a prua, dove si trovavano i comandi. Al suono improvviso della portiera, Tom sollevò di scatto la testa dai suoi fogli. Fanny ne intravide il volto basito, ma decise di non badargli. Fece correre uno sguardo inquieto sui dispositivi che aveva di fronte: leve, quadranti, manopole d’ottone. Lo sconforto le afferrò la gola, impedendole di respirare per un lungo istante. Tentò di recuperare la calma: ricordò che Tom, mostrandole l’invenzione qualche giorno prima, le aveva indicato la leva del volo. Lesse le targhette di ferro che si trovavano alla base di ogni manopola e individuò quella che le interessava. Ignorando il cugino che si sbracciava per attirare la sua attenzione, tirò la leva con tutta la sua forza.
L’elica roteò più velocemente, il ronzio si fece più intenso: con uno sbuffo e un sobbalzo, il veicolo si sollevò e si librò nell’aria, scaraventando in terra il suo pilota improvvisato. La spinta fece salire il ciclottero per qualche metro, poi ci fu un rumore secco e il congegno precipitò.
Fanny era riuscita a trascinarsi fino alla leva del volo: vi si aggrappò e riportò in quota la macchina.
Un grido di gioia sfuggì alla controllatissima signorina Price, che si rialzò e prese posto nel sedile riservato al guidatore. Lanciò un’occhiata in basso. Il magnifico parco di Steamfield si srotolava sotto i suoi occhi per miglia e miglia, fino alle colline. Tom era sulla terrazza, gli zii si erano affacciati alle finestre del primo piano, alcuni inservienti sostavano fuori dalle scuderie. Tutti guardavano in su a bocca spalancata, increduli.
Fanny fece correre lo sguardo sulle tenute che vedeva sotto di sé, alla ricerca di quella dei Crawford. Quando l’ebbe individuata, tirò una leva la cui targhetta recava incisa la scritta “avanti”.
Il veicolo ruggì e con uno strappo secco sfrecciò nel cielo di febbraio, lasciandosi dietro una scia di fumo denso e biancastro.

Cercando di districarsi tra ottoni, vetri e legno, Fanny governava il volo seduta davanti a una serie di misteriosi dispositivi. Era consapevole dell’intenso calore che di sicuro le arrossava le guance come se avesse la febbre, e si sentiva intrepida come mai le era accaduto. Stava volando ed era sola al comando di quell’assurdo veicolo! Una folata di vento investì il ciclottero, facendolo vibrare e oscillare, ma lei riuscì a tenerlo dritto.
Vedeva scorrere sotto di sé campi e boschi, mentre sopra aveva cielo, cielo e ancora cielo. Il rollio dell’elica accompagnava vibrando quella pazzesca avventura. Guardò ancora giù e riconobbe villa Crawford. Davanti all’ingresso della grande casa in pietra grigia, due figure piccolissime attirarono la sua attenzione. Da quell’altezza era quasi impossibile capire chi fossero, ma Fanny era istintivamente sicura che si trattasse di Henry e Edmund.
Cercò la leva per l’atterraggio, sperando che i due non si fossero ancora sfidati a duello. Edmund era così arrabbiato quando l’aveva visto allontanarsi da Steamfield Park che non aveva dubitato neanche per un che stesse per commettere una pazzia. E un duello le sembrava proprio il tipo di sciocchezza che il suo integerrimo cugino fosse capace di compiere.
Trovò la leva con la targhetta “discesa” e la tirò, cercando di controllare il tremito delle mani. Il rumore dell’elica cambiò e lei trattenne il respiro. Il ciclottero sobbalzò, sussultò, poi calò a terra con una scossa finale. Ci fu uno sbuffo di vapore grigiastro, un sibilo e il motore si arrestò.
Il portellone di metallo si aprì su due paia d’occhi stupefatti. Sul giardino dei Crawford era calato un silenzio così profondo, che Fanny scese a terra credendo di essere diventata sorda. La testa le girava e le gambe erano malferme. Senza contare i lividi che si era procurata nei vari scossoni. Sopraffatta dalle emozioni accumulate, scossa dai singhiozzi, scivolò in ginocchio nell’erba.
Edmund corse nella sua direzione e s’inginocchiò davanti a lei. Le sollevò il volto e la costrinse a guardarlo, mentre con la punta delle dita le asciugava le lacrime.
«Fanny». La scrutò con aria preoccupata. «Stai bene? Cosa ti è saltato in mente? Salire su quel trabiccolo…»
Lei singhiozzò più forte.
«Ti ho visto andar via» farfugliò. «E ho trovato il biglietto di Henry e ho pensato che…». S’interruppe, sentendo su di sé lo sguardo di Crawford, e alzò gli occhi. Alle spalle di Edmund, Henry la guardava con una strana espressione, tra l’ammirazione e il rimpianto. Distolse lo sguardo e si perse in quello color castagna di Edmund.
«Ho avuto paura per te». Concluse la frase pulendosi il volto col dorso della mano, escludendo con quelle parole Crawford dal suo destino. Definitivamente.
Henry incassò la sconfitta con la consueta eleganza. Accennò un inchino, poi girò le spalle ai due e rientrò in casa.
A quel punto, Edmund la strinse a sé, con un gesto brusco ma al tempo stesso premuroso.
«Paura? Per me?» domandò, affondando il viso tra i suoi capelli.
Fanny annuì. Sentiva il cuore del cugino battere forte sotto la camicia bianca umida delle sue lacrime.
«Non potevo permettere che tu affrontassi Crawford per difendere il mio onore. Temevo che lo sfidassi a duello e mi serviva un mezzo per raggiungerti. Così ho rubato la macchina volante di Tom».
Negli istanti che seguirono, Fanny ebbe l’impressione che Edmund trattenesse il fiato. Fu scosso da un lieve tremolio, che a poco a poco salì di volume e intensità, fino a esplodere in una risata.
Rideva! Edmund rideva. Erano anni che non lo sentiva ridere così. Sollevò lo sguardo, sorpresa.
«Non era mia intenzione sfidare a duello Mr Crawford» le spiegò, con una strana luce negli occhi. «Volevo solo avvisarlo che non avrei tollerato altre avances nei confronti della futura signora Bertram».
Fanny sbatté le palpebre. Era confusa, le sembrava di essere avvolta in una nuvola di melassa, che ovattava i suoni e le impediva i movimenti. Poi le parole di Edmund si fecero strada nella sua mente e capì. La nebbia svanì e lei fu di nuovo libera. Non smise di piangere. Ma tra lacrime e risa, gettò le braccia al collo del suo amato cugino e lo baciò.
A pochi passi da loro, il lucido ottone che rivestiva il ciclottero scintillò ai pallidi raggi del sole invernale. Il bizzarro marchingegno era pronto riprendere il volo: prima di sera, Edmund e Fanny sarebbero stati di nuovo a Steamfield Park. Di nuovo a casa.


Monica Serra 




Classe 1968, calabrese di nascita e formellese d'adozione, Monica Serra è una narratrice di Mondi.  
Lavora in un istituto di credito e adora i suoi #gattomodelli, con le cui foto inonda i social.
Ha pubblicato moltissimi racconti in svariate antologie, lo steampunk Il Duca di Ferro per Astro edizioni, Ali del Futuro per EVE edizioni, Sangue alieno per GDS edizioni, Lei-storie di donne da tutti i mondi possibili per Altrimedia edizioni i cui ricavi vano alla Susan Komen Italia, associazione in prima linea per la lotta al tumore al seno.
Ha organizzato insieme alla Biblioteca comunale a Formello (Roma) il festival del fantasy Fantasya. 

Prossimo appuntamento: 9 aprile 2020.
Vi aspettiamo!

venerdì 3 aprile 2020


RACCONTO

STEAMFIELD PARK di MONICA SERRA



I racconti di IUF- 
Decameron edition #3

Cari amici, oggi a tenerci compagnia c'è Monica Serra col suo racconto steampunk Steamfield Park, omaggio a Jane Austen.
Il racconto sarà diviso in due parti.
Buona lettura!

Steamfield Park
Tribute to Jane Austen’s
Mansfield Park
(1814)

A steampunk novel by
Monica Serra

Steamfield Park, 1808
Fanny si era chiesta molte volte quale fosse davvero il suo posto a Steamfield Park. La residenza degli zii, che un tempo si chiamava Mansfield Park, aveva cambiato nome quando lo zio Thomas, Sir Thomas Bertram, era entrato nell’Ordine dei Cavalieri del Vapore e aveva intrapreso affari con l’America, in onore delle nuove tecnologie che si andavano diffondendo in Inghilterra. Quel luogo non aveva mai smesso di metterle soggezione e anche dopo tanti anni il fasto della casa la sbalordiva ancora. Le stanze erano troppo grandi e lei vi si aggirava furtiva, con la paura di rompere le cose che toccava. Proprio come quando era bambina. Da allora, da quella bimba timida e discreta, il suo carattere non era mutato e tutti nella grande villa amavano la compostezza e il senso del dovere che appartenevano alla donna che era diventata. Fanny, però, si sentiva prigioniera in quel ruolo di parente povera e virtuosa, le pareva di soffocare nella rettitudine che tutti si attendevano da lei, soprattutto ora che Edmund era lontano.
La cena che Lady Bertram aveva organizzato per festeggiare il ritorno di Sir Thomas dal suo ultimo viaggio d’affari si era appena conclusa. Fanny se ne stava sotto il portico, al riparo dalla pioggia, e osservava signore eleganti e signori con la tuba che si accingevano a tornare alle proprie case. Si udiva un cicaleccio in sottofondo, mentre i lampioni delle carrozze, puntini scintillanti nell’umidità, si allontanavano a passo lento dalla villa.
Una, più rumorosa delle altre, sbuffava circondata da una nube di fumo biancastro. Era la carrozza a vapore dei Crawford, eccentrica e vistosa come i suoi proprietari. Henry Crawford era appassionato di diavolerie meccaniche. Si era procurato da non molto quel marchingegno a vapore, simile a un cocchio, e non perdeva occasione per farne mostra. Una parte del parco antistante alla residenza dei Crawford era addirittura stata pavimentata per far posto a una piazzola di sosta riservata al bizzarro veicolo, mezza Londra ne parlava.
Ma lì, a Steamfield Park, lontano dalla città, Fanny e la sua famiglia restavano legati alle tradizioni della placida campagna inglese, nonostante il nuovo nome della tenuta. Tutti loro, dallo zio Thomas a Edmund, disapprovavano l’eccentricità dei Crawford.
«Perché ve ne state sotto la pioggia?­». Una voce profonda che non riconobbe emerse dal buio alle sue spalle. «Vostro zio si arrabbierà se vi ammalate». Fanny si volse ma nella penombra delle torce non vide altro che il lampo di un sorriso. «Ed io ne sarò addolorato».
Ah, sì, ora sì che lo riconosceva. Sentì le guance farsi di brace e il cuore accelerare i battiti. Non le piaceva Henry Crawford. I suoi modi erano eccessivi e non sopportava quel suo corteggiare in modo spudorato tutte le donne che gli capitavano a tiro. Tuttavia, era innegabile che quel mascalzone avesse un fascino irresistibile. Riportò lo sguardo sul parco avvolto dalle ombre notturne per recuperare il distacco che tutti, compreso Henry Crawford, le attribuivano. L’alone dei lampioni si rifletteva sul selciato lucido e la pioggia produceva un ticchettio regolare nella notte, scomparsi gli ospiti, che si era fatta silenziosa.
«Siete gentile» replicò. «Ma non dovete darvi pena per me.»
Il veicolo di Crawford, fermo poco più in là, emise un sonoro sbuffo di vapore.
«La vostra carrozza vi attende, Mr Crawford» disse Fanny, con la consueta dolcezza.
Henry rimase in silenzio. La pioggia si fece più intensa, scrosciando sulle cime degli alberi e impantanando il piazzale. Finalmente Fanny lo guardò e solo allora lui fece un inchino, indossò il cappello e se ne andò.

Fanny rientrò in casa in preda allo strano turbamento che Henry Crawford le causava ogni volta. Salì le scale e percorse il lungo corridoio sul quale affacciavano le stanze dei suoi cugini. Passò davanti alla camera di Edmund e non poté fare a meno di pensare a lui. Chissà cosa faceva in quel momento, a Londra. Il tentativo di immaginarlo, serio e posato com’era, nel bel mezzo della mondanità cittadina le strappò un sorriso. Subito dopo, però, una fitta di gelosia le strinse il cuore. Anche Mary Crawford si trovava a Londra, e di sicuro era presente ovunque andasse suo cugino. La signorina non aveva mai nascosto di avere un debole per Ed, anche se lui, almeno finché era stato a Steamfield Park, la ignorava con fredda eleganza.
Fanny raggiunse la sua stanza e si chiuse piano la porta alle spalle. Si svestì e indossò una calda vestaglia di lana poi, sciolti i capelli, si accucciò dinanzi al camino a spazzolarli e lasciò che le fiamme si esaurissero bruciando le sue fantasticherie notturne.

Sir Thomas Bertram era convinto che suo figlio Tom fosse soltanto un ubriacone col vizio del gioco, ma Edmund sapeva che suo fratello era molto più di quanto desse a vedere. Tom aveva talento e possedeva quel pizzico di follia che contraddistingue le persone geniali. Gli aveva scritto qualche giorno prima, in preda, a suo dire, a un’ispirazione scientifica fuori dal comune, pregandolo di tornare a Steamfield Park perché voleva mostrargli l’invenzione che avrebbe rivoluzionato l’Ordine dei Cavalieri del Vapore e molto altro. Non aveva aggiunto dettagli, così Edmund si era sentito in dovere di partire subito senza avere nemmeno il tempo di annunciare il suo arrivo.
La carrozza procedeva senza fretta verso Steamfield Park. La strada era fangosa per la pioggia abbondante caduta durante la notte e un cielo grigio incombeva sulla campagna minacciando nuovi temporali.
Il parco si estendeva per cinque miglia quadrate e ci misero un po’ a giungere in vista della grande e spaziosa dimora dei Bertram, nascosta tra gli alberi. Edmund assaporava la bellezza del paesaggio, quando un rumore di ferraglia spezzò il silenzio umido.  Non fece in tempo a sporgersi dal finestrino, che la carrozza sbandò di lato e si arrestò all’improvviso sul ciglio della strada. I cavalli scalciarono, nervosi e impauriti, e il postiglione faticò a tenerli fermi.
Una bizzarra vettura, che aveva le sembianze di un cocchio, si affiancò sollevando fango e producendo nubi di fumo e cigolii metallici, avanzando sul sentiero in direzione di Steamfield Park.
Edmund ebbe una fugace visione dell’uomo che sedeva impettito alla guida, indossando bizzarri occhiali di pelle e vetro, le code del cappotto come ali nel vento. Henry Crawford passò oltre, senza degnarlo di uno sguardo, lasciandosi dietro una scia biancastra e dall’odore pungente.
Ci volle un po’ perché il cocchiere riuscisse a calmare i cavalli e la carrozza potesse riprendere la strada. Edmund, in preda al malumore, si augurò di non trovare Crawford a Steamfield. Il giovanotto gli era cordialmente antipatico, almeno quanto Mary Crawford, la sua graziosa sorella, lo affascinava. Non sapeva da dove gli venisse quell’avversione per Henry Crawford. O forse sì, a ben pensarci. Detestava la sua dissolutezza. Non approvava i suoi modi. Ma soprattutto, non sopportava che gironzolasse attorno a Fanny.

Come ogni pomeriggio, Fanny sedeva nella biblioteca, a leggere davanti al camino acceso. Un boato proveniente dall’esterno la strappò alla lettura. Balzò in piedi, spaventata, lasciò cadere il libro sulla poltrona e corse alla finestra. Sotto i suoi occhi sbalorditi, la carrozza meccanica di Henry Crawford si arrestò tra sbuffi di vapore e sinistri cigolii proprio davanti alla vetrata, nel bel mezzo della terrazza che affacciava sui giardini. Il giovanotto scese dal veicolo con un agile balzo e, scorgendola dietro il vetro, si tolse i goggles e la salutò con un galante inchino.
Fanny recuperò la padronanza dei suoi nervi, per quanto le fu possibile, e rispose con un freddo cenno del capo. Guardò l’inatteso visitatore dirigersi verso l’entrata e attese che il valletto lo annunciasse.
«Signorina Price» la salutò Crawford entrando, sfoderando un sorriso ammaliante e le solite maniere impeccabili. «Sono lieto di vedervi».
«Come al solito, avete esagerato» replicò lei, fingendo un’indignazione a cui nessuno, tantomeno Henry Crawford, avrebbe creduto. «Tutta la contea vi avrà visto arrivare a Steamfield senza alcuna riservatezza!»
«Non avrei fatto nulla di meno, per voi. Dovreste saperlo».
Fanny lo fulminò con lo sguardo, ma lui non si scompose.
«Fanny, Fanny» sospirò, scrollando il capo. «Invece di quei funesti lampi d’ira vorrei accendere nei vostri occhi la stessa luce che vi vedo quando parlate del vostro tedioso cugino».
Lei non riuscì a trattenere un sussulto e Crawford se ne accorse.
«Ah, a quanto pare ho colpito nel segno». Un sorriso smaliziato gli piegò le labbra mentre muoveva qualche passo verso di lei. «Tuttavia, se me ne darete modo, scaccerò dal vostro cuore Mr. Bertram e vi giuro che tra qualche tempo non ricorderete neanche di essere stata infatuata di lui».
Fanny lo allontanò, improvvisamente risentita.
«I miei sentimenti per Edmund Bertram non sono affar vostro, signor Crawford. Che cosa siete venuto a fare a Steamfield Park? Non ricordo di avervi invitato, oggi».
Giocherellando con i goggles, Henry continuava a fissarla con sguardo insolente.
«Non l’avete fatto. Ma sarebbe stato imperdonabile da parte mia trascurare i doveri di buon vicinato». Tentò ancora di avvicinarsi, ma Fanny lo tenne a distanza.
«Basta così». A dispetto del brivido che la scosse, la sua voce assunse un tono glaciale.
Henry ignorò il suo rifiuto e si piegò verso di lei, come per baciarla.
In quel momento, un trafelato Edmund irruppe nella biblioteca.
Ci fu un lungo e imbarazzato silenzio. Henry Crawford si girò con lentezza, mentre una luce stizzita gli lampeggiava nello sguardo. Fanny, turbata, si sentì avvampare e fece un passo indietro.
«Che cosa sta succedendo qui?». Bertram gettò mantello, copricapo e guanti sul divano. La sua ira repressa quasi sfrigolò, come l’elettricità che si sprigiona prima del fulmine, saturando la stanza.
«Edmund…»
Crawford non le diede il tempo di parlare e si fece avanti con la solita faccia tosta.
«Mr Bertram!» esclamò in tono esageratamente cordiale, tendendo la mano verso il nuovo arrivato. «Non vi aspettavamo di ritorno così presto. Forse l’aria della città non era di vostro gradimento?».
Lo sguardo di Edmund si rabbuiò, nuvole nere a coprire i fulmini.
«Vedo, Mr Crawford» rispose con voce grave e senza ricambiare la stretta, «che invece a voi sembra piacere molto Steamfield Park».
Henry incassò con eleganza e ritirò la mano, poi si volse verso Fanny.
«Per oggi la mia visita di cortesia termina qui». Prese tra le sue la mano della ragazza e vi depose un bacio leggero. «Arrivederci, Miss Price».
Lasciò la stanza con l’impeto di una folata di vento, mentre Edmund e Fanny, in piedi l’uno di fronte all’altra, si guardavano in silenzio.
Alcuni istanti dopo, la carrozza meccanica di Crawford lasciò Steamfield Park sferragliando tra gli alberi.

Monica Serra

 -FINE PARTE 1-

SECONDA PARTE: DOMENICA 5 APRILE 2020

Non perdetela!