La periferia e Lovecraft si incontrano in un horror che colpisce duro
I figli del cemento di Miriam Palombi, edito da Zona 42, non è un mero horror, poichè emerge in ogni pagina la denuncia sociale e ambientale dell'autrice, che conosce bene quello di cui sta parlando, ovvero una periferia di Milano (Sesto s. Giovanni) dove non si respira. In nessun senso: oppressione ambientale, oppressione fisica, oppressione psicologica.
Ivano, Riccardo, Mathias e Claudia sopravvivono in questo quartiere dell'hinterland milanese (ma potrebbe essere qualunque periferia) con le loro famiglie disfunzionali e i loro traumi, finchè non sentono un richiamo dal profondo.
C'è tutto un sussurrare, un vibrare, uno strisciare subdolo nell'aria, nelle tubature, nella polvere e nel cemento: l'ambientazione vive, ed è protagonista alla pari del quattro adolescenti.
Miriam Palombi prima ci presenta i ragazzi, mostrandoceli nelle loro case, ci fa vivere i loro traumi tirandoci quasi dentro ai loro orrori. In un crescendo dai tempi perfetti, ci conduce quasi a tifare per loro quando compiono atti indicibili per il loro dio del cemento, l'unico che pare ascoltarli nel loro orrore quotidiano.
D'altronde, quale dio non richiede venerazione, onore e sacrifici? E quale dio alla fine risponde offrendo ciò che si desidera? Loro sembrano averlo trovato.
Non si può non pensare a Lovecraft, e sicuramente l'ispirazione è quella.
Lo stile è scorrevole e particolarmente accurato: tutti i vocaboli utilizzati sono frutto di una ricerca che porta l'autrice a scegliere proprio quella parola, quella similitudine, e questo contribuisce certamente a rendere il romanzo breve così piacevole da leggere, nella sua durezza che colpisce allo stomaco.
Da leggere!
Per tutte le info e i link: la segnalazione di IUF è qui
La video recensione di Elena Mandolini è su Instagram

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