I LIBRI
SIBILLINI - PARTE III
Eccoci
al nostro consueto appuntamento culturale mensile . Oggi continueremo a parlare
dei Libri Sibillini, dopo le parti I e II oggi , nella parte III, affronteremo
le consultazioni dei libri avvenute nel
IV secolo. Ricordiamo che la nostra fonte è la tesi di laure di Sara Fattor,
reperita online, di cui questi articoli sono una sintesi.
Nel 399 a.C. secondo
Dionigi e Livio, il collegio duumvirale
venne incaricato di ‘andare a consultare’ i libri Sibillini: è il primo
responso oracolare del IV secolo.
Secondo quanto
indicato da questi ultimi, si tenne a Roma un lectisternium,
con l’intento di
debellare una pestilenza.
I lectisternia erano
particolari riti che esprimevano, attraverso la finzione
rituale, la
ricreazione di quel momento pre–attuale
rappresentato dalla
commensalità con gli
dei . Nella pratica, la cerimonia del lectisternium
(=lectos sternere,
distendere i letti), inscenava un banchetto a cui
simbolicamente erano
invitati a partecipare gli dèi, di cui le statue cultuali
venivano portati fuori
dai templi stesi su letti triclinari e posti davanti a tavole
imbandite a festa. Il lectistenium appare
come una tipica prescrizione sibillina;
per il IV secolo a.C.
Livio ne attesta almeno quattro, celebrati esclusivamente in occasione di epidemie.
Il lectisternium ha un
parallelo preciso con la ‘theoxenia’
(da theos, dio
e
xenia, ‘accoglienze
ospitali’) del rito greco. Il rimando va alla tipologia della
feste celebrate a
Delfi nelle quali si richiedeva la presenza delle divinità in
qualità di ospiti.
Livio scrive che in
questa occasione, furono lasciate aperte le porte della
città e anche quelle delle case private, che ogni cosa venne messa a
disposizione di tutti (abolizione della proprietà privata), anche dei forestieri, e che vennero tolte le catena ai
prigionieri.
Si intende dunque
realizzare, con ogni evidenza, una situazione di 'concordia
mitica', instaurata attraverso la una sospensione
dell’ordine normale.
Per quanto riguarda le divinità invocate,
possiamo supporre che fossero state prescelte per le loro qualità salutari e
salvatrici.
Abbiamo già visto le
valenze di Apollo in questo senso. Per quanto riguarda
Latona, essa era
associata frequentemente al figlio nelle pratiche cultuali nel
mondo greco.
L’eroe greco Herakles era
da tempo diffuso tra le popolazioni italiche da cui
era accolto come un
dio.
La sfera d’influenza
del Hercules italico
comprendeva tutte le attività pastorali,
fra cui allevamento e
transumanza, nonché le attività commerciali, soprattutto
quelle in collegamento
col mercato del bestiame, e, in generale, tutta la sfera
che coinvolge un tipo
di economia diversa da quella agricola, legata ad un
tipo mobile di
ricchezza.
Se l’epidemia che
aveva colpito Roma coinvolgeva anche gli animali si può
ben comprendere la
scelta di onorare un dio a cui raccomandare la salute di
questi ultimi e,
insieme, la salvezza delle attività economiche. Inoltre e’ da
notare che Hercules, in virtù del suo
legame con i luoghi collegati alla
transumanza e ai
mercati, luoghi spesso scelti in virtù della presenza di acque
sorgive e minerali era anche venerato come dio
salutare.
Diana, antica divinità
italica, era celebrata a Roma alle Idi del mese di
agosto. Nello stesso giorno Hercules
veniva festeggiato nel suo tempio presso
porta Trigemina ed il giorno prima, la vigilia delle Idi, con un sacrificio al
tempio a lui dedicato presso il Circo Massimo, l’ Ara Massima.
Le due giornate
costituivano un unico complesso cultuale in cui venivano
venerate entrambe le
divinità; dunque, in un contesto cultuale romano,
l’associazione di
queste due divinità non dovrebbe essere considerata
anomala.
Anche la coppia di
Mercurio-Nettuno può essere stata inserita per inerenza
con la sfera del
commercio; in particolare, vista l’associazione di Nettuno a
Mercurio, per auspicare la protezione degli
scambi marittimi o fluviali.
La seconda
consultazione dei libri Sibillini registrata nel quarto secolo si
riallaccia
all’episodio dell’incendio gallico di Roma del 390 a.C.
Livio riporta come
subito dopo la cacciata dei Galli, che avevano occupato il
Campidoglio, ad opera
di Furio Camillo, si fosse reso necessario ricorrere ai
libri.
Il primo atto che si
rende necessario, dopo la devastazione gallica dell’Urbe è
di ristabilire il
culto degli dei. L’iniziativa è portata avanti da Furio Camillo, e
dal senato 190. In
questa prospettiva si colloca l’ordine dato ai duumviri di
cercare nei libri dei
riti adeguati, allo scopo di purificare i templi, contaminati
per essere stati
occupati dal nemico.
La consultazione sibillina
tuttavia è solo una delle iniziative religiose
predisposte per
l’anno. Livio scrive anche che furono celebrati i ludi Capitolini
in onore di Iuppiter Optimus Maximus, che
si stabilirono vincoli d’ospitalità con
gli abitanti di Cere,
poiché questi avevano accolto gli oggetti sacri dei Romani
e le vergini vestali.
La terza consultazione
del quarto secolo a.C. si colloca nel 364 a.C ed è
particolarmente
importante, in quanto è la prima registrata dopo il 367 a.C.,
anno dell’ istituzione
dei decemviri sacris faciundis,
la nuova magistratura
ampliata che
sostituiva il collegio dei duumviri,
nonché dell’approvazione delle
leggi Liciniae-Sextiae, che
con l’apertura ai plebei del consolato, segnano la
parificazione civile
dei due ordini. Il collegio preposto alla lettura dei Sibillini
non è solo aumentato
nel numero dei componenti, ma risulta ora composto,
per metà da patrizi e per metà da plebei.
Livio ci informa che nel 364 a.C venne
celebrato a Roma il terzo lectisternium
dalla fondazione dell’Urbs, per stornare una
pestilenza che gravava da due anni sulla città.
Tuttavia a nulla servì
il rituale, perché Livio scrive che l’ epidemia non
accennò a diminuire.
Vennero dunque introdotti a Roma dall’Etruria, i ludi
scaenici
195, per ordine dei pontefici, come ci informano Agostino e Orosio.
Il fallimento della procuratio sibillina
del 364 a.C., può essere messo in
relazione con la
creazione dei decemviri
sacris faciundis. Infatti l’anno dopo,
nel 363 a.C., con
l’aggravarsi dell’epidemia, non vengono consultati i libri
Sibillini. Per
stornare i prodigia
si ricorre invece alla autorevolezza della
tradizione, alla memoria dei seniores, i quali propongono,
in base ad una ‘lex
vetusta …priscis litteris verbisque
scripta’, il ripristino dell’affissione del clavis
annalis. Molto è stato detto sull’origine di questa
usanza. In particolare, M. Sordi ha messo in evidenza,
come il rito di antichissima origine doveva significare per i
romani il pegno
dell’assistenza divina assicurata a Roma dall’alleanza con le
divinità reggitrici
della città.
Siamo dunque arrivati
al punto in cui i plebei rompono il monopolio patrizio
della lettura della
raccolta divinatoria, ma questa conquista non si traduce
ancora in un’effettiva
operatività del collegio misto; la clavifixio, cerimonia
vetusta, interrompe
infatti il ricorso ai Sibillini.
Riportiamo il brano di
Livio che parla di tale affissione del chiodo:
Mentre erano consoli Cneo Genucio, e per
la seconda volta, L. Emilio Mamerco, poiche la
ricerca di rimedi espiatori affliggeva gli
animi piu di quanto i corpi fossero afflitti dal male, sidice che i piu anziani
avessero ricordato come una volta una pestilenza era stata arrestata grazie
alla fissione del chiodo, compiuta dal dittatore. Spinto da tale superstizione
il senato ordinò che si eleggesse un dittatore per la fissione del chiodo; fu
eletto Lucio Manlio Imperioso.
Per il 362 a.C.
abbiamo una consultazione dei Sibillini testimoniata da Dionigi.
Il prodigium è
costituito da una voragine che si apre nel foro per parecchi
giorni. La
consultazione dei Sibillini rivela un oracolo secondo cui la terra si
sarebbe richiusa e
avrebbe dato grande abbondanza di ogni tipo di beni, per il
tempo a venire, se la
terra stessa avesse ricevuto i ‘doni più consoni al popolo romano’.
Marco Curzio, fra i
giovani della città il più distinto per valore militare e saggezza,
offre quella che a suo parere è la primizia di Roma, il valore dei
suoi uomini. Come volontario, offre così la sua vita, affinché la terra
produca in abbondanza altrettanti giovani valorosi. Salito a cavallo, si getta nella
voragine e sopra di lui vengono lanciate offerte di ogni tipo; la terra si
richiude.
Si può far rientrare
come motivo fondante nella
casistica speciale della devotio,
particolare atto rituale tramite cui il capo militare
poteva offrire se stesso ed i nemici agli dei inferi in cambio della vittoria; la devotio formalizza, per così
dire, e autorizza
comportamenti di
oblazione, che richiamano per certi versi al modello del
“martirio”.
Nel 348 a.C. a Roma
regna una situazione ottimale di otium, caratterizzata da
pax esterna e concordiam ordini.
Questo stato viene interrotto da una
pestilenza. Il senato
dunque autorizza il ricorso ai Sibillini, che come
soluzione propongono
di nuovo la celebrazione di un lettisternio.
Nel 344 a.C. abbiamo
la quinta consultazione sibillina per il quarto secolo.
Nell’anno si sarebbe
resa necessaria una consultazione dei libri Sibillini per
espiare una pioggia di
pietre e l’improvvisa comparsa delle tenebre
verificatasi subito
dopo la consacrazione del tempio a Iuno Moneta.
L’evento prodigale è
connesso esplicitamente alla dedicatio del tempio della
dea, che era stato
votato l’anno prima da Marco Furio Camillo, durante la
guerra contro gli
Aurunci pro amplitudine populi
romani, per l’ampliamento del
popolo romano.
Alla pioggia di pietre del 344 a.C.
viene attribuita la valenza di segnalare una crisi nei rapporti con i popoli
confinanti. La soluzione dei Sibillini riportata da Livio
conferma l’interpretazione:
i libri prescrivono supplicationes
a cui vengono
invitati a partecipare
non solo i cittadini romani, ma tutti i popoli vicini,
secondo turni precisi. Questa è la prima volta che popolazioni
non romane vengono
coinvolte nell’espiazione di un prodigio avvenuto
all’interno della
città.
Passiamo ad analizzare
la sesta consultazione del quarto secolo a.C.
Secondo Livio, nel 326
a.C., venne fatto il quinto lettisternio.
Il 326 a.C, si
presenta come un anno tranquillo nella narrazione liviana. Livio
non collega il piaculum ad un
specifico evento prodigiale, sappiamo solo che
il rito si tenne placandis habitumest deis.
Da questa data in poi,
lo storico non specificherà più il numero di successione dei
lectisternia; forse
questo dato è da considerarsi come un segnale del fatto che nel III secolo la cerimonia
fosse ormai considerata prassi normale e consolidata
come rito espiatorio
ordinario.
Dunque, in questo
secolo i Sibillini vengano coinvolti
sempre di più nella
produzione di comportamenti rituali che marcano il modo
di essere di Roma
rispetto alla sua dimensione temporale.
La prossima volta
continueremo parlando delle consultazioni dei Libri Sibillini nel III sec a.C.
Ricordo di consultare
la tesi di laurea di Laura Fattor per avere il quadro completo, questa qui
riportata è solo una sintesi.
Scusate la formattazione, potrebbe essere riuscita male per motivi tecnici.
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