lunedì 6 aprile 2020




RECENSIONE: BESTIE D’ITALIA VOL. 2


Il folklore italiano in una raccolta di racconti fantastici edita da Nps 



 Cari lettori,
continua il nostro viaggio nel folklore italiano col secondo volume del progetto di Nps edizioni, Bestie d’Italia.


Questa volta le storie sono ambientate nel Nord Italia, come si evince dalla bella cover di Marco Pennacchietti che ritrae un drago glaciale e propongono tante creature incredibili delle leggende locali.


Il primo racconto è La leggenda del Re di Bliss di Giuseppe Gallato, un’ambientazione futuristica che permette di riscoprire insieme al protagonista, il Cacciatore, diverse bestie citate nel volume 1; qui se la dovrà vedere con un basilisco. Un racconto avvincente che mi è piaciuto molto e di cui l’autore parla ampiamente qui su IUF nell’intervista in occasione del blogtour dedicato al libro.





Il secondo è L’orcul di Len di Giuseppe Chiodi, ambientato a Sutrio, nel Friuli Venezia Giulia. Il protagonista Oderico è un uomo ossessionato dalla perfezione nel creare i suoi personaggi dl Presepio, attività peculiare del luogo, che lo porterà a incontrare molte creature fantastiche. Un racconto molto particolare in cui viviamo il turbamento del protagonista, il terremoto del ’76 e una terribile creatura che si risveglia. Molto affascinante, sia per stile che per le creature magiche proposte.



Il terzo racconto , Il mostro del fiume di Alessandro Ricci, è un fantasy dal gusto classico, in cui un giovane, Francè,  è affascinato dalle gesta di un cacciatore di mostri, e insieme a lui cercherà di sterminarne un paio: Il Gigatt e il Bargniff. L’ambientazione è la valle del Po, a Sancto Zenono (l'odierna San Zenone). Molto scorrevole, bel racconto.



Segue La fiera bestia del milanese, uno dei miei racconti preferiti della raccolta. Alessio Del Debbio continua a offrirci dei pezzi dell’infinito puzzle che sono le sue opere, tutte in qualche modo collegate da una serie di citazioni, rimandi, spin-off, e anche questo racconto, scritto benissimo e molto avvincente, fa parte di questo insieme.



Maria Pia Michelini ci porta nel Trentino con I suoni della montagna, una storia di un’amicizia molto particolare con un risvolto inaspettato che mi è piaciuta molto, anche per lo stile di scrittura.



Segue Le nebbie di Parma di Alessandra Leonardi, alias la sottoscritta. Il titolo è un chiaro omaggio a Le nebbie di Avalon, ma non c’entra niente con quella storia! Si tratta di un urban fantasy ambientato ai giorni nostri ma con richiami al passato: sono presenti infatti alcuni personaggi storici, tra cui Matilde di Canossa e la leggenda del suo anello. La “bestia” che ho inserito è il Mazapegul, un essere un po’ gatto e un po’ scimmia  tipico della Romagna, anche se qui è in trasferta in Emilia 😜
Ho scelto di ambientarlo a Parma perché è la città di origine di mia madre, e non è l’unica storia che ho ambientato lì: in un’antologia di Historica ce n’è un altro dal titolo simile, Nebbia, ma parla di tutt’altro: è di genere narrativa ed è una storia di ripicche e invidie tra giovani calciatori.
Tornando a questo racconto, ci sono anche molte altre creature fantastiche, ma non voglio spoilerare troppo!



Segue Il caso del Basilisco di Debora Parisi, un fantasy ambientato nei monti delle Dolomiti in cui due guerriere affrontano appunto un basilisco e non solo; molto carino, scorrevole e inaspettato  il cliffhanger a metà storia.



La ninfa e il cacciatore di Micol Fusca è ambientato nel Trevigiano e la creatura protagonista è un martoreo. Si parla di una scomparsa misteriosa di molti anni prima e di un’indagine che porterà a una scoperta inquietante. Mi è piaciuto molto.



Segue L’eredità di Dolasilla di Luciana Volante, in cui una giovane, Caterina, eredita dalla nonna una misteriosa scatola a causa della quale si troverà ad avere a che fare con una creatura volante, l’Habergeiss. Bellissima e vivida l’ambientazione, siamo in Alto Adige tra monti, malghe e verdi valli.


Chiude l’antologia un altro dei miei racconti preferiti, Il santo di nessuno di Francesca Cappelli. Anna deve scegliere se salvare i suoi odiosi compaesani da una terribile creatura che appare nella sua zona, la Valle dell’Isarco, sempre nell’Alto Agide. In questo racconto c’è un chiaro messaggio dell’autrice, riguardo la gente pettegola e prevenuta. Bello stile e bel racconto.


Prossimamente uscirà Bestie d’Italia vol 3, con ambientazione Italia meridionale, e vi anticipo che anche qui ci sarà un mio racconto, stavolta ambientato in Puglia!

Recap:

  • Titolo: Bestie d’Italia vol 2
  • Autori: Gallato, Chiodi, Ricci, Del Debbio, Michelini, Leonardi, Parisi, Fusca, Volante e Cappelli
  • Editore: Nps edizioni
  • N. di pagine: 189
  • Prezzo di Copertina: € 14
  • Link: Amazon
  •         Nps edizioni










domenica 5 aprile 2020


RACCONTO

STEAMFIELD PARK di MONICA SERRA
- parte 2






I racconti di IUF-
Decameron edition #3 parte 2
(Parte 1 qui)




Steamfield Park
Tribute to Jane Austen’s
Mansfield Park
(1814)

A steampunk novel by

Monica Serra

Fanny si sentiva ancora carica. L’entusiasmo con cui Tom aveva mostrato a lei e a Edmund la sua invenzione era stato contagioso. Il ciclottero, che secondo lui avrebbe dato nuova linfa agli affari dei Bertram, era una bizzarra combinazione di ottone, ruote e ingranaggi. Per dimostrare di cosa fosse capace, l’aveva fatta volare. Quando la macchina si era levata da terra, un brivido di curiosità aveva graffiato la schiena di Fanny. Ricordava la sensazione di soffocamento nel trattenere il respiro e il grido liberatorio che l’aveva sollevata da quell’oppressione quando il congegno, ruggendo, si era librato in volo dalla terrazza. Edmund, in piedi accanto a lei con le mani intrecciate dietro la schiena, non aveva pronunciato una parola.


Qualche giorno dopo, un valletto dei Crawford si presentò a Steamfield Park con una lettera per Fanny. Fu Edmund a ritirarla; divorato da un tormento al quale non riusciva a dare un nome, l’aprì.
Per un lungo istante fissò le parole vergate con l’elegante grafia di Henry Crawford, incapace di muoversi. Quel damerino senza ritegno, come osava? Sentì la rabbia montare dentro di sé, dapprima simile al sordo brontolio di un tuono in lontananza, poi sempre più rumorosa, come quando si finisce nel cuore della tempesta, e prese una decisione. Afferrò guanti e cappello e uscì come una furia, diretto alle scuderie.

Fanny tornava dalla passeggiata quotidiana con Lady Bertram nei boschi che circondavano la tenuta. Era un mattino azzurro e luminoso e si respirava già nell’aria un anticipo di primavera. La placida camminata nel profumo lieve delle viole fu interrotta dal cavaliere lanciato al galoppo lungo il viale che per poco non le travolse.
Edmund! Dove correva in quel modo, come se avesse un diavolo alle calcagna?
Rientrarono in fretta a casa, Fanny lasciò la zia, ancora scossa, ai piedi dello scalone e si diresse alla biblioteca. Il pezzo di carta abbandonato sul tavolino fu la prima cosa che notò. Via via che leggeva, un’ansia indicibile le dilagava dentro. Era un biglietto di Crawford e conteneva una scandalosa proposta di fuga. Ora la corsa sfrenata di Edmund assumeva un senso, e più rileggeva le poche righe, più si convinceva che suo cugino stesse per commettere una pazzia.
Percorse avanti e indietro la sala, torcendo la lettera tra le mani, nel tentativo inutile di escogitare qualcosa per fermarlo. Non aveva molto tempo e i pensieri fuggivano come animali impazziti davanti a un incendio senza che lei riuscisse ad afferrarli. L’unica cosa che le venne in mente fu la macchina volante di Tom. Ebbe un brivido di anticipazione all’idea del volo e si precipitò alla finestra.
Sulla terrazza, lucido e fumante, il marchingegno di Tom produceva un sordo ronzio, con l’elica che girava a vuoto, pronto a un nuovo collaudo. Suo cugino, intento a controllare gli ultimi dettagli con la testa china sul mucchio di progetti poggiati sulla balaustra di marmo, non si accorse di lei.
Fanny aprì l’alta vetrata, raccolse le gonne e corse attraverso la terrazza col cuore che saliva in gola, pompando adrenalina e battendo sordo nelle orecchie. Raggiunse il veicolo in uno svolazzo di crinoline. Salì la scaletta e fu a bordo, mentre l’elica ruotava e i congegni producevano un ritmico ticchettio che coprirono i suoi passi. Tirò a sé il portellone metallico e balzò a prua, dove si trovavano i comandi. Al suono improvviso della portiera, Tom sollevò di scatto la testa dai suoi fogli. Fanny ne intravide il volto basito, ma decise di non badargli. Fece correre uno sguardo inquieto sui dispositivi che aveva di fronte: leve, quadranti, manopole d’ottone. Lo sconforto le afferrò la gola, impedendole di respirare per un lungo istante. Tentò di recuperare la calma: ricordò che Tom, mostrandole l’invenzione qualche giorno prima, le aveva indicato la leva del volo. Lesse le targhette di ferro che si trovavano alla base di ogni manopola e individuò quella che le interessava. Ignorando il cugino che si sbracciava per attirare la sua attenzione, tirò la leva con tutta la sua forza.
L’elica roteò più velocemente, il ronzio si fece più intenso: con uno sbuffo e un sobbalzo, il veicolo si sollevò e si librò nell’aria, scaraventando in terra il suo pilota improvvisato. La spinta fece salire il ciclottero per qualche metro, poi ci fu un rumore secco e il congegno precipitò.
Fanny era riuscita a trascinarsi fino alla leva del volo: vi si aggrappò e riportò in quota la macchina.
Un grido di gioia sfuggì alla controllatissima signorina Price, che si rialzò e prese posto nel sedile riservato al guidatore. Lanciò un’occhiata in basso. Il magnifico parco di Steamfield si srotolava sotto i suoi occhi per miglia e miglia, fino alle colline. Tom era sulla terrazza, gli zii si erano affacciati alle finestre del primo piano, alcuni inservienti sostavano fuori dalle scuderie. Tutti guardavano in su a bocca spalancata, increduli.
Fanny fece correre lo sguardo sulle tenute che vedeva sotto di sé, alla ricerca di quella dei Crawford. Quando l’ebbe individuata, tirò una leva la cui targhetta recava incisa la scritta “avanti”.
Il veicolo ruggì e con uno strappo secco sfrecciò nel cielo di febbraio, lasciandosi dietro una scia di fumo denso e biancastro.

Cercando di districarsi tra ottoni, vetri e legno, Fanny governava il volo seduta davanti a una serie di misteriosi dispositivi. Era consapevole dell’intenso calore che di sicuro le arrossava le guance come se avesse la febbre, e si sentiva intrepida come mai le era accaduto. Stava volando ed era sola al comando di quell’assurdo veicolo! Una folata di vento investì il ciclottero, facendolo vibrare e oscillare, ma lei riuscì a tenerlo dritto.
Vedeva scorrere sotto di sé campi e boschi, mentre sopra aveva cielo, cielo e ancora cielo. Il rollio dell’elica accompagnava vibrando quella pazzesca avventura. Guardò ancora giù e riconobbe villa Crawford. Davanti all’ingresso della grande casa in pietra grigia, due figure piccolissime attirarono la sua attenzione. Da quell’altezza era quasi impossibile capire chi fossero, ma Fanny era istintivamente sicura che si trattasse di Henry e Edmund.
Cercò la leva per l’atterraggio, sperando che i due non si fossero ancora sfidati a duello. Edmund era così arrabbiato quando l’aveva visto allontanarsi da Steamfield Park che non aveva dubitato neanche per un che stesse per commettere una pazzia. E un duello le sembrava proprio il tipo di sciocchezza che il suo integerrimo cugino fosse capace di compiere.
Trovò la leva con la targhetta “discesa” e la tirò, cercando di controllare il tremito delle mani. Il rumore dell’elica cambiò e lei trattenne il respiro. Il ciclottero sobbalzò, sussultò, poi calò a terra con una scossa finale. Ci fu uno sbuffo di vapore grigiastro, un sibilo e il motore si arrestò.
Il portellone di metallo si aprì su due paia d’occhi stupefatti. Sul giardino dei Crawford era calato un silenzio così profondo, che Fanny scese a terra credendo di essere diventata sorda. La testa le girava e le gambe erano malferme. Senza contare i lividi che si era procurata nei vari scossoni. Sopraffatta dalle emozioni accumulate, scossa dai singhiozzi, scivolò in ginocchio nell’erba.
Edmund corse nella sua direzione e s’inginocchiò davanti a lei. Le sollevò il volto e la costrinse a guardarlo, mentre con la punta delle dita le asciugava le lacrime.
«Fanny». La scrutò con aria preoccupata. «Stai bene? Cosa ti è saltato in mente? Salire su quel trabiccolo…»
Lei singhiozzò più forte.
«Ti ho visto andar via» farfugliò. «E ho trovato il biglietto di Henry e ho pensato che…». S’interruppe, sentendo su di sé lo sguardo di Crawford, e alzò gli occhi. Alle spalle di Edmund, Henry la guardava con una strana espressione, tra l’ammirazione e il rimpianto. Distolse lo sguardo e si perse in quello color castagna di Edmund.
«Ho avuto paura per te». Concluse la frase pulendosi il volto col dorso della mano, escludendo con quelle parole Crawford dal suo destino. Definitivamente.
Henry incassò la sconfitta con la consueta eleganza. Accennò un inchino, poi girò le spalle ai due e rientrò in casa.
A quel punto, Edmund la strinse a sé, con un gesto brusco ma al tempo stesso premuroso.
«Paura? Per me?» domandò, affondando il viso tra i suoi capelli.
Fanny annuì. Sentiva il cuore del cugino battere forte sotto la camicia bianca umida delle sue lacrime.
«Non potevo permettere che tu affrontassi Crawford per difendere il mio onore. Temevo che lo sfidassi a duello e mi serviva un mezzo per raggiungerti. Così ho rubato la macchina volante di Tom».
Negli istanti che seguirono, Fanny ebbe l’impressione che Edmund trattenesse il fiato. Fu scosso da un lieve tremolio, che a poco a poco salì di volume e intensità, fino a esplodere in una risata.
Rideva! Edmund rideva. Erano anni che non lo sentiva ridere così. Sollevò lo sguardo, sorpresa.
«Non era mia intenzione sfidare a duello Mr Crawford» le spiegò, con una strana luce negli occhi. «Volevo solo avvisarlo che non avrei tollerato altre avances nei confronti della futura signora Bertram».
Fanny sbatté le palpebre. Era confusa, le sembrava di essere avvolta in una nuvola di melassa, che ovattava i suoni e le impediva i movimenti. Poi le parole di Edmund si fecero strada nella sua mente e capì. La nebbia svanì e lei fu di nuovo libera. Non smise di piangere. Ma tra lacrime e risa, gettò le braccia al collo del suo amato cugino e lo baciò.
A pochi passi da loro, il lucido ottone che rivestiva il ciclottero scintillò ai pallidi raggi del sole invernale. Il bizzarro marchingegno era pronto riprendere il volo: prima di sera, Edmund e Fanny sarebbero stati di nuovo a Steamfield Park. Di nuovo a casa.


Monica Serra 




Classe 1968, calabrese di nascita e formellese d'adozione, Monica Serra è una narratrice di Mondi.  
Lavora in un istituto di credito e adora i suoi #gattomodelli, con le cui foto inonda i social.
Ha pubblicato moltissimi racconti in svariate antologie, lo steampunk Il Duca di Ferro per Astro edizioni, Ali del Futuro per EVE edizioni, Sangue alieno per GDS edizioni, Lei-storie di donne da tutti i mondi possibili per Altrimedia edizioni i cui ricavi vano alla Susan Komen Italia, associazione in prima linea per la lotta al tumore al seno.
Ha organizzato insieme alla Biblioteca comunale a Formello (Roma) il festival del fantasy Fantasya. 

Prossimo appuntamento: 9 aprile 2020.
Vi aspettiamo!

venerdì 3 aprile 2020


RACCONTO

STEAMFIELD PARK di MONICA SERRA



I racconti di IUF- 
Decameron edition #3

Cari amici, oggi a tenerci compagnia c'è Monica Serra col suo racconto steampunk Steamfield Park, omaggio a Jane Austen.
Il racconto sarà diviso in due parti.
Buona lettura!

Steamfield Park
Tribute to Jane Austen’s
Mansfield Park
(1814)

A steampunk novel by
Monica Serra

Steamfield Park, 1808
Fanny si era chiesta molte volte quale fosse davvero il suo posto a Steamfield Park. La residenza degli zii, che un tempo si chiamava Mansfield Park, aveva cambiato nome quando lo zio Thomas, Sir Thomas Bertram, era entrato nell’Ordine dei Cavalieri del Vapore e aveva intrapreso affari con l’America, in onore delle nuove tecnologie che si andavano diffondendo in Inghilterra. Quel luogo non aveva mai smesso di metterle soggezione e anche dopo tanti anni il fasto della casa la sbalordiva ancora. Le stanze erano troppo grandi e lei vi si aggirava furtiva, con la paura di rompere le cose che toccava. Proprio come quando era bambina. Da allora, da quella bimba timida e discreta, il suo carattere non era mutato e tutti nella grande villa amavano la compostezza e il senso del dovere che appartenevano alla donna che era diventata. Fanny, però, si sentiva prigioniera in quel ruolo di parente povera e virtuosa, le pareva di soffocare nella rettitudine che tutti si attendevano da lei, soprattutto ora che Edmund era lontano.
La cena che Lady Bertram aveva organizzato per festeggiare il ritorno di Sir Thomas dal suo ultimo viaggio d’affari si era appena conclusa. Fanny se ne stava sotto il portico, al riparo dalla pioggia, e osservava signore eleganti e signori con la tuba che si accingevano a tornare alle proprie case. Si udiva un cicaleccio in sottofondo, mentre i lampioni delle carrozze, puntini scintillanti nell’umidità, si allontanavano a passo lento dalla villa.
Una, più rumorosa delle altre, sbuffava circondata da una nube di fumo biancastro. Era la carrozza a vapore dei Crawford, eccentrica e vistosa come i suoi proprietari. Henry Crawford era appassionato di diavolerie meccaniche. Si era procurato da non molto quel marchingegno a vapore, simile a un cocchio, e non perdeva occasione per farne mostra. Una parte del parco antistante alla residenza dei Crawford era addirittura stata pavimentata per far posto a una piazzola di sosta riservata al bizzarro veicolo, mezza Londra ne parlava.
Ma lì, a Steamfield Park, lontano dalla città, Fanny e la sua famiglia restavano legati alle tradizioni della placida campagna inglese, nonostante il nuovo nome della tenuta. Tutti loro, dallo zio Thomas a Edmund, disapprovavano l’eccentricità dei Crawford.
«Perché ve ne state sotto la pioggia?­». Una voce profonda che non riconobbe emerse dal buio alle sue spalle. «Vostro zio si arrabbierà se vi ammalate». Fanny si volse ma nella penombra delle torce non vide altro che il lampo di un sorriso. «Ed io ne sarò addolorato».
Ah, sì, ora sì che lo riconosceva. Sentì le guance farsi di brace e il cuore accelerare i battiti. Non le piaceva Henry Crawford. I suoi modi erano eccessivi e non sopportava quel suo corteggiare in modo spudorato tutte le donne che gli capitavano a tiro. Tuttavia, era innegabile che quel mascalzone avesse un fascino irresistibile. Riportò lo sguardo sul parco avvolto dalle ombre notturne per recuperare il distacco che tutti, compreso Henry Crawford, le attribuivano. L’alone dei lampioni si rifletteva sul selciato lucido e la pioggia produceva un ticchettio regolare nella notte, scomparsi gli ospiti, che si era fatta silenziosa.
«Siete gentile» replicò. «Ma non dovete darvi pena per me.»
Il veicolo di Crawford, fermo poco più in là, emise un sonoro sbuffo di vapore.
«La vostra carrozza vi attende, Mr Crawford» disse Fanny, con la consueta dolcezza.
Henry rimase in silenzio. La pioggia si fece più intensa, scrosciando sulle cime degli alberi e impantanando il piazzale. Finalmente Fanny lo guardò e solo allora lui fece un inchino, indossò il cappello e se ne andò.

Fanny rientrò in casa in preda allo strano turbamento che Henry Crawford le causava ogni volta. Salì le scale e percorse il lungo corridoio sul quale affacciavano le stanze dei suoi cugini. Passò davanti alla camera di Edmund e non poté fare a meno di pensare a lui. Chissà cosa faceva in quel momento, a Londra. Il tentativo di immaginarlo, serio e posato com’era, nel bel mezzo della mondanità cittadina le strappò un sorriso. Subito dopo, però, una fitta di gelosia le strinse il cuore. Anche Mary Crawford si trovava a Londra, e di sicuro era presente ovunque andasse suo cugino. La signorina non aveva mai nascosto di avere un debole per Ed, anche se lui, almeno finché era stato a Steamfield Park, la ignorava con fredda eleganza.
Fanny raggiunse la sua stanza e si chiuse piano la porta alle spalle. Si svestì e indossò una calda vestaglia di lana poi, sciolti i capelli, si accucciò dinanzi al camino a spazzolarli e lasciò che le fiamme si esaurissero bruciando le sue fantasticherie notturne.

Sir Thomas Bertram era convinto che suo figlio Tom fosse soltanto un ubriacone col vizio del gioco, ma Edmund sapeva che suo fratello era molto più di quanto desse a vedere. Tom aveva talento e possedeva quel pizzico di follia che contraddistingue le persone geniali. Gli aveva scritto qualche giorno prima, in preda, a suo dire, a un’ispirazione scientifica fuori dal comune, pregandolo di tornare a Steamfield Park perché voleva mostrargli l’invenzione che avrebbe rivoluzionato l’Ordine dei Cavalieri del Vapore e molto altro. Non aveva aggiunto dettagli, così Edmund si era sentito in dovere di partire subito senza avere nemmeno il tempo di annunciare il suo arrivo.
La carrozza procedeva senza fretta verso Steamfield Park. La strada era fangosa per la pioggia abbondante caduta durante la notte e un cielo grigio incombeva sulla campagna minacciando nuovi temporali.
Il parco si estendeva per cinque miglia quadrate e ci misero un po’ a giungere in vista della grande e spaziosa dimora dei Bertram, nascosta tra gli alberi. Edmund assaporava la bellezza del paesaggio, quando un rumore di ferraglia spezzò il silenzio umido.  Non fece in tempo a sporgersi dal finestrino, che la carrozza sbandò di lato e si arrestò all’improvviso sul ciglio della strada. I cavalli scalciarono, nervosi e impauriti, e il postiglione faticò a tenerli fermi.
Una bizzarra vettura, che aveva le sembianze di un cocchio, si affiancò sollevando fango e producendo nubi di fumo e cigolii metallici, avanzando sul sentiero in direzione di Steamfield Park.
Edmund ebbe una fugace visione dell’uomo che sedeva impettito alla guida, indossando bizzarri occhiali di pelle e vetro, le code del cappotto come ali nel vento. Henry Crawford passò oltre, senza degnarlo di uno sguardo, lasciandosi dietro una scia biancastra e dall’odore pungente.
Ci volle un po’ perché il cocchiere riuscisse a calmare i cavalli e la carrozza potesse riprendere la strada. Edmund, in preda al malumore, si augurò di non trovare Crawford a Steamfield. Il giovanotto gli era cordialmente antipatico, almeno quanto Mary Crawford, la sua graziosa sorella, lo affascinava. Non sapeva da dove gli venisse quell’avversione per Henry Crawford. O forse sì, a ben pensarci. Detestava la sua dissolutezza. Non approvava i suoi modi. Ma soprattutto, non sopportava che gironzolasse attorno a Fanny.

Come ogni pomeriggio, Fanny sedeva nella biblioteca, a leggere davanti al camino acceso. Un boato proveniente dall’esterno la strappò alla lettura. Balzò in piedi, spaventata, lasciò cadere il libro sulla poltrona e corse alla finestra. Sotto i suoi occhi sbalorditi, la carrozza meccanica di Henry Crawford si arrestò tra sbuffi di vapore e sinistri cigolii proprio davanti alla vetrata, nel bel mezzo della terrazza che affacciava sui giardini. Il giovanotto scese dal veicolo con un agile balzo e, scorgendola dietro il vetro, si tolse i goggles e la salutò con un galante inchino.
Fanny recuperò la padronanza dei suoi nervi, per quanto le fu possibile, e rispose con un freddo cenno del capo. Guardò l’inatteso visitatore dirigersi verso l’entrata e attese che il valletto lo annunciasse.
«Signorina Price» la salutò Crawford entrando, sfoderando un sorriso ammaliante e le solite maniere impeccabili. «Sono lieto di vedervi».
«Come al solito, avete esagerato» replicò lei, fingendo un’indignazione a cui nessuno, tantomeno Henry Crawford, avrebbe creduto. «Tutta la contea vi avrà visto arrivare a Steamfield senza alcuna riservatezza!»
«Non avrei fatto nulla di meno, per voi. Dovreste saperlo».
Fanny lo fulminò con lo sguardo, ma lui non si scompose.
«Fanny, Fanny» sospirò, scrollando il capo. «Invece di quei funesti lampi d’ira vorrei accendere nei vostri occhi la stessa luce che vi vedo quando parlate del vostro tedioso cugino».
Lei non riuscì a trattenere un sussulto e Crawford se ne accorse.
«Ah, a quanto pare ho colpito nel segno». Un sorriso smaliziato gli piegò le labbra mentre muoveva qualche passo verso di lei. «Tuttavia, se me ne darete modo, scaccerò dal vostro cuore Mr. Bertram e vi giuro che tra qualche tempo non ricorderete neanche di essere stata infatuata di lui».
Fanny lo allontanò, improvvisamente risentita.
«I miei sentimenti per Edmund Bertram non sono affar vostro, signor Crawford. Che cosa siete venuto a fare a Steamfield Park? Non ricordo di avervi invitato, oggi».
Giocherellando con i goggles, Henry continuava a fissarla con sguardo insolente.
«Non l’avete fatto. Ma sarebbe stato imperdonabile da parte mia trascurare i doveri di buon vicinato». Tentò ancora di avvicinarsi, ma Fanny lo tenne a distanza.
«Basta così». A dispetto del brivido che la scosse, la sua voce assunse un tono glaciale.
Henry ignorò il suo rifiuto e si piegò verso di lei, come per baciarla.
In quel momento, un trafelato Edmund irruppe nella biblioteca.
Ci fu un lungo e imbarazzato silenzio. Henry Crawford si girò con lentezza, mentre una luce stizzita gli lampeggiava nello sguardo. Fanny, turbata, si sentì avvampare e fece un passo indietro.
«Che cosa sta succedendo qui?». Bertram gettò mantello, copricapo e guanti sul divano. La sua ira repressa quasi sfrigolò, come l’elettricità che si sprigiona prima del fulmine, saturando la stanza.
«Edmund…»
Crawford non le diede il tempo di parlare e si fece avanti con la solita faccia tosta.
«Mr Bertram!» esclamò in tono esageratamente cordiale, tendendo la mano verso il nuovo arrivato. «Non vi aspettavamo di ritorno così presto. Forse l’aria della città non era di vostro gradimento?».
Lo sguardo di Edmund si rabbuiò, nuvole nere a coprire i fulmini.
«Vedo, Mr Crawford» rispose con voce grave e senza ricambiare la stretta, «che invece a voi sembra piacere molto Steamfield Park».
Henry incassò con eleganza e ritirò la mano, poi si volse verso Fanny.
«Per oggi la mia visita di cortesia termina qui». Prese tra le sue la mano della ragazza e vi depose un bacio leggero. «Arrivederci, Miss Price».
Lasciò la stanza con l’impeto di una folata di vento, mentre Edmund e Fanny, in piedi l’uno di fronte all’altra, si guardavano in silenzio.
Alcuni istanti dopo, la carrozza meccanica di Crawford lasciò Steamfield Park sferragliando tra gli alberi.

Monica Serra

 -FINE PARTE 1-

SECONDA PARTE: DOMENICA 5 APRILE 2020

Non perdetela!

mercoledì 1 aprile 2020


RACCONTO

IL QUADRO di PAOLA LEONCINI



I racconti gratis di IUF
Decameron edition #2

Cari lettori, i racconti gratuiti su IUF proseguono con Paola Leoncini, che ci offre "Il quadro". Enjoy!

La festa era cominciata.
L'ampio salone della villa dalle pareti chiare, istoriato agli angoli, era piuttosto gremito di gente.
Il party non aveva registrato il pieno ma lo spazio per ballare, fra i tavoli disposti a ferro di cavallo attorno alla pista, non era poi enorme. Comunque, senza lanciarsi in troppe giravolte acrobatiche, si poteva azzardare anche un rock 'n roll. Forse, l'unico impedimento sarebbero stati proprio i costumi indossati dai partecipanti alla festa.

C'era di tutto: vampiri, scheletri, licantropi, zombies, vari personaggi tivù, e gli immancabili fantasmi, tutto sommato, la maschera più semplice da realizzarsi, costituita da un lenzuolo bianco in mezzo al quale si praticano due buchi per poter vedere gli stipiti delle porte, e le porte per non sbatterci contro, chi ti gira intorno e quali piedi rischi di pestare mentre balli.
Tutto si stava svolgendo secondo il copione previsto per la fatidica sera di Halloween, il 31 di ottobre di ogni anno a partire da dieci anni addietro; inoltre, per completare il quadro, la cornice era perfetta: una bella, grande villa rinascimentale, alle porte di Roma, proprietà della famiglia de Magistris, il cui blasone nobiliare sembrava risalire giusto ai tempi di Giulio II^ della Rovere, il papa guerriero. Ma era solo una coincidenza. O no?

La festa era chiusa e la partecipazione era permessa solo su invito, tuttavia, i presenti non erano obbligati ad essere nobili; l'importante è che fossero ricchi. E lo erano.
Molti di essi s'incontravano solo in quell'occasione, essendo tutto il resto dell'anno in giro per il mondo per lavoro o per diporto, in ogni caso impegnati in varie attività lavorative o meno.
Ernesto, cinquant'anni ben portati, architetto, sotto il costume da lupo mannaro faticò a riconoscere Antonietta, trentotto anni, truccata all'inverosimile da Strega di Biancaneve invecchiata, ma quando accadde, i due si abbracciarono calorosamente dopo un anno di lontananza.
E' sempre bello rivedere gli amici a distanza di mesi.

Un inserviente in livrea entrò nella sala e, scampanellando, annunciò la cena imminente.
Paolo, ingegnere, quarantacinque anni, di statura non elevata e mingherlino, annunciò a sua volta che, prima di sedersi a tavola ed abbuffarsi, doveva andare in bagno ad .... alleggerirsi.
"Tu capisci che il mio pasto sarà ... abbondante" disse, rivolgendosi a Sandra, alta, magra, eterea e cadaverica, stretta nell'abito nero fasciante di Morticia Addams.
"Certo. - convenne, parlando con la calma distaccata e sofisticata del personaggio, guardando divertita Paolo, realmente spaventoso nel suo azzeccato look rivoltante di zombie - Capisco. Ti accompagno".

Sandra era la sorella della proprietaria, conosceva la casa come le sue tasche e lo accompagnò.
A metà del corridoio, Paolo si bloccò, colpito da un quadro, incastrato fra una lunga e stretta libreria di noce scuro ed un massiccio pendolo, raffigurante un paesaggio desolato e scuro in fondo, rischiarato da roghi fra le cui fiamme, poveretti condannati a morte si contorcevano, coi volti sfigurati dalla sofferenza e del terrore. Attorno alle pire, la luce ambrata delle fiamme sfiorava di striscio volti e profili degli astanti, radunati attorno ai patiboli, alcuni, in apparenza quasi eccitati a vedere quei corpi orrendamente consumati dal fuoco.
Paolo rabbrividì anche a voce.
Quel dipinto era inquietante perché pareva emanare vita propria.
Sperò di sbagliarsi ma ebbe l'impressione che uno di quei volti si fosse girato e lo stesse guardando con occhi pieni di crudele trionfo.
Lo stimolo di andare in bagno aumentò e Paolo corse verso la sua destinazione, seguito da Sandra che ridacchiava, divertita.
Paolo non lo era per niente.
Uscito dal bagno, avrebbe volentieri cambiato strada ma il percorso per tornare in sala da pranzo era quello e non c'era altra scelta.
"Conosci, per caso, la storia di quel quadro?" chiese l'uomo a Sandra.
Sandra alzò le spalle con nonchalance, più per restare nei panni del controllato personaggio.
"Una condanna a morte collettiva, credo. - rispose - L'Inquisizione non era usata solo per la caccia alle streghe".
Paolo annuì.
"Anche per levarsi di torno chi la pensava diversamente dal Papa" ipotizzò.
"Anche" confermò Sandra, sempre scherzosamente altezzosa.

In quel momento, nel corridoio comparve pure Alberta, la sorella di Sandra, ovvero la proprietaria della villa la quale, eccitata per l'annuncio della cena, invitò i due a sbrigarsi. Poi gettò una fuggevole occhiata al quadro e Paolo scorse nei suoi occhi quasi neri un'espressione di paura.
"Si può togliere quel quadro, Sandra?".
"Si. - rispose la donna, sempre olimpica - Ma non stasera. S'intona con la festa".
Paolo vide le due donne scambiarsi occhiate particolari. Alberta era tesa, Sandra, pacifica.
Una Morticia perfetta, amante del lugubre.

Prima di allontanarsi, Paolo dette un'ultima occhiata al dipinto. E scoprì che sarebbe stato meglio non farlo. In caratteri antichi, in basso a destra, vide scritta una data: 31 ottobre 1515.
Il brivido che percorse la sua schiena assomigliò vagamente ad una scarica elettrica.
Insieme, tutti e tre tornarono nella sala da pranzo dove, dopo poco cominciarono ad entrare i camerieri con i vassoi e le pietanze.

Dimenticandosi subito del quadro e calandosi appieno nel suo personaggio, vedendo su un vassoio d'argento campeggiare un enorme tacchino ben cotto, Paolo finse di lanciarsi su di esso, intenzionato a divorarlo a morsi. Poi, sempre scherzando, si girò e cominciò la farsa dei morsi agli invitati, agendo da vero zombie affamato di carne umana.
Strillando e ridendo, i partecipanti scansavano Paolo, correndo in qua e in là per la sala finché Alberta non impose, con cortesia e fermezza, di prendere i propri posti ai tavoli.
E si dette il via all'abbuffata.

Dopo cena, iniziò il sabba delle danze.
E fu buffo vedere Egisto, quarant'anni, avvocato, alto, diafano e compassato Dracula, dimenarsi in un indiavolato twist alla John Travolta di Pulp Fiction, di fronte ad Evelina, frizzante sua coetanea, professoressa di matematica alle medie, fasciata in una tuta nera con sopra dipinto uno scheletro.
Malgrado il frastuono della musica diffusa a palla nel locale, i ballerini riuscirono a scambiarsi qualche parola.
"Avete visto il quadro nel corridoio?" esordì Paolo a cui era tornato d'improvviso in mente la tela, mentre si scatenava in una street dance davanti ad Antonietta e altri invitati.
"Quale quadro?" chiese Antonietta.
"Quello dei roghi" rispose Paolo, risoluto.
"Ah si! - fece Sergio, dentro la pesante tuta pelosa di Chewbecca - Quello".
"Nessuno sa qualcosa di quel quadro?" ritornò Paolo.
"Lo stile sembra quello di Caravaggio. - s'intromise Egisto - Ma chiaramente non è lui. Potrebbe essere di qualche suo allievo, o emulo, non certo molto abile nemmeno a riprodurne il tocco alla lontana".
"Beh, questo è sicuro. - commentò Paolo - Però mi ha messo i brividi. Nonostante ci siano i roghi. -
I suoi interlocutori risero - Soprattutto la data" terminò Paolo, di colpo diventato serio.
"Perché? - fece Antonietta - che data è?"
Paolo la rivelò.
"Oh, cavolo!" esclamò Egisto.
"Stasera, cinquecento anni fa" osservò Antonietta.
"L'avranno fatto apposta?" si chiese Paolo.
"Non lo so. - rispose Egisto - Se è stata un'idea di Sandra, non mi meraviglierei. E' una burlona, ma Alberta no. Lei è seria. Non farebbe una cosa del genere".
"Ma loro sanno di quel quadro?" domandò Antonietta.
"Non ne ho idea. - rispose Egisto - Credo che quel quadro faccia parte del loro patrimonio ma è uno di quegli oggetti che si sa di possedere, al quale, però, non si dà mai grande importanza. E' una specie di istituzione domestica che si accetta per convenzione".

Per coincidenza, in quel momento, al gruppetto si unì Sandra che raccolse le ultime battute.
"Il dipinto risale effettivamente al Cinquecento, - si adoperò subito ad informare la donna - ma l'autore è un emerito sconosciuto. Forse, solo un pittore di strada".
"Che quella sera del trentuno ottobre millecinquecentoquindici si era trovato, guarda caso, proprio ad assistere all'esecuzione di poveracci, destinati a finire cotti alla brace chissà per quali colpe".
Anche agli altri conversatori vennero i brividi.
Naturalmente, fra le varie maschere c'erano anche i fantasmi.
Nessuno però fece caso che sotto a qualche lenzuolo non c'era un corpo solido.
Nella sala la temperatura si abbassò, ma il calore provocato dall'intensità del ritmo nei balli, non permise ai danzanti di avvedersene.

Verso mezzanotte toccò ad Aroldo, medico, cinquantacinque anni nascosti dietro alla maschera di cuoio di Hannibal Lecter, ad aver bisogno della toilette, ma lui non ebbe necessità di essere accompagnato, essendo il medico della famiglia de Magistris, dunque, profondo conoscitore di quella casa.
Anche Aroldo percorse il corridoio che in quel momento era avvolto in una insolita penombra.
Passò davanti al quadro ma, a differenza di Paolo e degli altri invitati, gli lanciò un'occhiata priva d'interesse e andò oltre.
Tuttavia, con la coda dell'occhio, dietro di lui captò qualcosa e le sue narici percepirono un leggero olezzo di bruciato. Si girò di scatto ma alle sue spalle tutto era tranquillo. Si recò in bagno avvertendo una singolare, sinistra inquietudine.

Al ritorno, si fermò davanti al dipinto e notò un dettaglio che non aveva mai scorto prima e che lo fece sussultare. Osservando meglio le figure riunite intorno alle pire, scoprì che alcune di esse assomigliavano a qualche presente alla festa. Anche lui vide poi la data.
"Mio Dio!" esclamò a bassa voce.
Si voltò verso il fondo del corridoio dove c'era la porta che introduceva nella sala.
Dove avrebbe dovuto esserci la porta che introduceva alla sala.
Che invece era scomparsa dietro uno spesso velo grigio semovente, fluttuante, dentro il quale nuotavano ovali neri, minacciosi, terrificanti, che parevano trafiggerlo con sguardi in cui terrore e odio confluivano tangibilmente.

 Fece per correre verso la porta ad avvertire gli ospiti ma dal quadro fuoriuscì una fiammata che lo avvolse, trasformandolo in una torcia umana.
Le sue urla furono sentite attraverso le pareti.
Gradualmente, ma con una certa velocità, la casa precipitò nelle tenebre ed i fantasmi reali si distinsero nel buio, chiari, luminosi, sinistri, mortali, circondando gli invitati e bloccandoli nella sala le cui uscite si chiusero automaticamente senza intervento umano.
Poi, i fantasmi presero fuoco, volgendo in torce che urlarono, oscillando,  sfiorando con lingue rosse e tizzoni qualunque cosa fosse infiammabile, invadendo in breve tempo tutto l'ambiente.



31 ottobre 1515

Il piccolo Giuseppe, di dieci mesi, era morto fra le braccia di sua madre, Beatrice, disperata.
Ufficialmente, la morte era stata provocata da polmonite. Facile morire di polmonite a quei tempi.
Riscaldamento ed igiene difettavano pesantemente nelle misere abitazioni del popolo di Roma, ma di qualsiasi altra città.

In quel caso però, il piccolo Giuseppe non era nato in un tugurio bensì nella grande stanza da letto, riccamente decorata, di Palazzo de Magistris, una bella costruzione situata nella zona corrispondente all'attuale Piazza Bologna, quasi al centro della Capitale. E Beatrice, la mamma del piccino, quando lui si ammalò, aveva convocato i migliori medici nella speranza che lo guarissero. Non c'erano riusciti, in compenso, alcuni membri della servitù erano intervenuti con erbe officinali. Nemmeno quelle avevano sortito risultati e la famiglia era giunta all'errata conclusione che quelle erbe fossero velenose, coltivate da persone praticanti la stregoneria, le quali furono immediatamente arrestate, schiacciate da quell'infamante accusa, con le conseguenze ben note a tutti. Finite nelle infernali maglie del Tribunale dell'Inquisizione, dopo estenuanti supplizi, uomini e donne furono legati ai ceppi, sulle pire allestite al centro della piazza più vicine e lasciati ardere vivi davanti ai componenti della famiglia che assistettero allo spettacolo con sadica soddisfazione, inneggiando ad una morte dei condannati, lenta e atroce.

Un anonimo imbratta-tele aveva riprodotto la scena e più in là negli anni, un esponente della nobile famiglia aveva acquistato la tela nella bottega di un rigattiere, per pochi soldi. Il quadro poi, era stato sconfinato in fondo ad una cantina fino a che non era stato ritrovato, quasi mezzo millennio dopo, dalle due sorelle de Magistris, solo che Alberta non era mai stata molto entusiasta di esporlo fra le mura di casa, mentre Sandra, più scanzonata e scettica nei confronti del sovrannaturale, non aveva trovato nulla di strano e disdicevole nell'includerlo fra i dipinti che riempivano le pareti della villa.

Chi avrebbe mai detto che cinquecento anni dopo, le vittime di quell'orribile episodio avrebbero consumato la loro vendetta all'insaputa di molti componenti del casato, forse ignari del suo passato poco glorioso?
Forse.

 Paola Leoncini   

Paola Leoncini è nata a Roma un po' di tempo fa, e si è rivelata un soggetto difficile sin dai primi vagiti!
Vive a Nettuno (Roma), ama la fotografia, il mare, la bicicletta e la natura, interessi che l'hanno portata a impegnarsi in prima linea per l'ambiente tramite diverse associazioni territoriali e nazionali.
Insegnante di Lingue, è anche traduttrice, editor e autrice di racconti.



Prossimo appuntamento: il 3 aprile. Vi aspettiamo!